The Jungle Book – Quando la Disney gioca bene con la psicologia

elephants

Il messaggio che molto spesso la Disney vuole lasciare è quasi sempre lo stesso; è raccontato di volta in volta in maniera differente, contestualizzato a seconda dell’argomento narrato, ma è evidente che la Disney affronti sempre il tema della diversità e del disagio sociale. Essa cerca di parlare ai giovani per far comprendere loro come uno specifico problema discriminatorio sia irrilevante, perché l’importante è essere quel che siamo a prescindere da ciò che ci circonda. Non voglio soffermarmi su questo punto, per quanto il punto di forza della Disney sia saperlo ben programmare e ancor meglio utilizzare; il mio principale focus è sulla capacità di creare una profonda psicologia nei protagonisti dei suoi film. Specialmente voglio soffermarmi su uno dei classici che ho di gran lunga preferito: il Libro della Giungla.

Prima ancora di iniziare, mi preme specificare che io non sono un appassionato Disney, preferisco il roditore perfido e malefico della Warner Bros. Comprendo perfettamente che i traumi emotivi dei primi dieci minuti esistono per fini ben più profondi di quelli che possono sembrare, ossia plasmare una certa dose di empatia nei “cuccioli d’uomo”; un obiettivo che, a mio parere, viene raggiunto cadendo molto spesso nel sadismo emotivo.  Comunque sia, ciò non significa che non riesca ad apprezzare il contenuto della narrazione. Questo perché un altro punto di forza della Disney è saper ben utilizzare e contestualizzare la caratterizzazione e la psicologia dei propri personaggi in maniera invidiabile da parte di chi, come me, ama creare storie. Inutile negare che se i bambini guardano un film Disney (oltre per costrizione dei genitori) è perché si identificano in eroi o principesse, ma molto spesso sono i grandi a comprendere a fondo le varie sfaccettature. In questo articolo ho intenzione di scomporre i protagonisti del mondo antropomorfizzato della Disney per cercare di comprendere le loro sfumature, tenendo un occhio di riguardo per il lungometraggio animato (nonostante consigli vivamente il revival ancora nelle sale e i racconti di Rudyard Kipling).

Partiamo da Shere Khan. È un cattivo che ha tutte le motivazioni di questo mondo per comportarsi come tale, fino al punto da chiedersi se sia lui il vero cattivo della storia. Non nego che non sia temuto e men che meno può dirsi che non sia pericoloso, ma la verità è che nella giungla o sei cacciatore o sei preda e tutti gli animali sono consapevoli di appartenere ad una delle due categorie. Questo, tra il detto e il non detto, è qualcosa che gli adulti capiscono immediatamente, i bambini ci arriveranno solo con gli anni. Per quanto mi riguarda, la cattiveria di Shere Khan è ben motivata dal terrore che ha degli uomini e del fuoco capace di distruggere ogni cosa con una scia che velocemente si estende attraverso ferite che vengono aperte tra gli alberi. Ancora si percepisce, senza che sia esplicitato, quanto l’uomo possa essere sterminatore e quanto gli animali, secondo quel che potrebbe avvicinarsi maggiormente al loro punto di vista, possano temere la sua creatività e la sua distruttività. Tale creatività è desiderata dagli umani, mirata ad uccidere e spaventare ed è per questo che Khan li teme, perché capaci di uccidere anche per il solo gusto di farlo. Qui la strizzatina d’occhi è rivolta al triste problema del bracconaggio, inutile girarci attorno, un problema che agli occhi di una tigre è mirata al piacere della distruzione. Chi è capace di comprendere il problema – e di certo un bambino non ha sufficienti informazioni per riuscirci – può dire che si comincia a delineare un bel quadro psicologico della tigre. Tale quadro si chiude quando lotta contro Baloo (o anche Bagheera nel revival). Non è la morte che cerca, bensì tenta di raggiungere il cucciolo d’uomo con qualsiasi mezzo, passando (se deve) anche attraverso l’assassinio degli animali della foresta. Questo perché nel lungometraggio, pur uccidendo per fame e con evidente piacere, lui rispetta la legge degli animali. Proprio per tutte queste motivazioni dichiarate o velate, si pone tra i personaggi più dettagliati e complessi dell’intera trama.

Re Luigi, la personalità; lui è il mio preferito in assoluto. A differenza del lungometraggio animato, nel revival è mastodontico e minaccioso, quando canta sembra quasi grottesco, ma io lo preferisco di gran lunga nella versione infima e subdola che il cartone animato ci presenta. Manipolatore, all’inizio cerca di ingraziarsi il cucciolo d’uomo con doni e simpatie… tutto per mettere le zampe sul segreto del rosso fuoco, facendo orecchie da mercante quando Mowgli gli dice di non conoscerne la preparazione. Tra le righe, Re Luigi svela la sua natura spietata. Cosa sarebbe successo se il cucciolo d’uomo non fosse stato salvato da Bagheera e Baloo? Re Luigi avrebbe ancora esibito il lato della medaglia più amichevole e stupido, nonostante il cucciolo d’uomo continuasse a non rivelargli il segreto tanto bramato? Per comprendere Re Luigi, basta ascoltare le parole che canta al ragazzo quando quest’ultimo gli confessa di non conoscere il segreto del rosso fuoco:

Adesso noi abbiamo un patto

E Tanto insisterò che mi dirai

quel che tu sai e il fuoco io farò

E cucciolo d’uomo bada,

ora parlerai perché

Dovrò imparar che cosa far

per essere come te

Si ostina a parlare di patti, quando il cucciolo d’uomo non capisce neppure di cosa ciancia, gli dice/canta chiaramente che insisterà fino a quando non gli dirà quello che dà per scontato lui sappia. Per me, questo personaggio è una vera bellezza per com’è strutturato e, nonostante sia presente per cinque minuti scarsi, si sente totalmente il peso della sua importanza nella giungla. D’altronde: Lui è nella giungla ormai una personalità … e un manigoldo, come lo chiama Bagheera!

Bagheera, per l’appunto, assieme al resto dei personaggi è semplicemente fatto bene. Per quanto sia elegante nel suo portamento, nobile, è un personaggio che insieme al serpente Kaa (di cui preferisco di gran lunga la versione femminile e ben più tentatrice) o all’orso Baloo o anche al branco di lupi, mantiene degli standard qualitativi che uno si aspetterebbe da quel preciso animale in una eventuale e ipotetica situazione x. Come si comporterebbe un pitone in quella situazione? E come si comporterebbe un orso che si affeziona ad un cucciolo “non suo” al punto da difenderlo fino a rischiarne la vita? E come fa a provare quelle emozioni se il ragazzo parte come procacciatore di cibo? E i lupi? Come si comporterebbe un branco di lupi che vuole difendere quello che è considerato a tutti gli effetti il loro cucciolo? Per non parlare degli avvoltoi, altri personaggi sottovalutati di cui vengono presi in considerazione anche i sentimenti, nonostante siano dei iettatori nati che attendono solo il momento più propizio, un lato che mai li abbandona realmente.

Il punto è che a queste domande le risposte che dà la Disney sono buone perché in una situazione (irrealistica) come quella designata, è probabile si comportino esattamente così. Ciò significa che ad ogni plausibile domanda, la Disney riesce a dare una risposta chiara, concisa e interessante rispetto alla caratterizzazione dei propri personaggi. Risultato che non è così facile come sembrerebbe e si rivela estremamente attraente per i motivi già detti sopra.
Un ultimo appunto mi preme farlo sugli
elefanti della giungla; chi ha visto il revival della Disney ha compreso maggiormente quello che veniva detto sottovoce nel cartone animato, ossia: mastodontiche creature da cui tutti si tengono alla larga. Sono capaci di plasmare la terra con il loro passo, dei veri e propri architetti della natura da cui anche Sheere Khan si tiene lontano. Quindi il film sopperisce alla mancanza di informazioni date, ma più volta suggerite, proprio nel lungometraggio animato.

Ad essere sinceri, il film live action credo approfondisca molti lati della narrazione, motivo per cui Re Luigi è stato mutato in minaccioso e dittatoriale, motivo per cui il ruolo degli elefanti è stato spiegato con più attenzione e sono state rese più evidente alcune azioni che prima solleticavano l’interesse dei più attenti, ma restavano dei vaghi suggerimenti che, se non colti, si perdevano nel vuoto. Paradossalmente il film è più adulto, ben godibile dai bambini e dagli adulti, ma credo che gli adulti apprezzeranno i suggerimenti velati del cartone più di quanto farebbe il pubblico più giovane. D’altronde, si sa, la Disney riesce a giocare con emozioni in maniera semplice ed esemplare, dunque il marchio che presenta il prodotto non è sinonimo di qualcosa che non possa essere gradito tutti!

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Autore: Tony K. L. Foster

Amateur writer, struggling with infinite worlds seeking to conquer each other, me and you with plot twists those will take your breath away.

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