The Jungle Book – Quando la Disney gioca bene con la psicologia

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Il messaggio che molto spesso la Disney vuole lasciare è quasi sempre lo stesso; è raccontato di volta in volta in maniera differente, contestualizzato a seconda dell’argomento narrato, ma è evidente che la Disney affronti sempre il tema della diversità e del disagio sociale. Essa cerca di parlare ai giovani per far comprendere loro come uno specifico problema discriminatorio sia irrilevante, perché l’importante è essere quel che siamo a prescindere da ciò che ci circonda. Non voglio soffermarmi su questo punto, per quanto il punto di forza della Disney sia saperlo ben programmare e ancor meglio utilizzare; il mio principale focus è sulla capacità di creare una profonda psicologia nei protagonisti dei suoi film. Specialmente voglio soffermarmi su uno dei classici che ho di gran lunga preferito: il Libro della Giungla.

Prima ancora di iniziare, mi preme specificare che io non sono un appassionato Disney, preferisco il roditore perfido e malefico della Warner Bros. Comprendo perfettamente che i traumi emotivi dei primi dieci minuti esistono per fini ben più profondi di quelli che possono sembrare, ossia plasmare una certa dose di empatia nei “cuccioli d’uomo”; un obiettivo che, a mio parere, viene raggiunto cadendo molto spesso nel sadismo emotivo.  Comunque sia, ciò non significa che non riesca ad apprezzare il contenuto della narrazione. Questo perché un altro punto di forza della Disney è saper ben utilizzare e contestualizzare la caratterizzazione e la psicologia dei propri personaggi in maniera invidiabile da parte di chi, come me, ama creare storie. Inutile negare che se i bambini guardano un film Disney (oltre per costrizione dei genitori) è perché si identificano in eroi o principesse, ma molto spesso sono i grandi a comprendere a fondo le varie sfaccettature. In questo articolo ho intenzione di scomporre i protagonisti del mondo antropomorfizzato della Disney per cercare di comprendere le loro sfumature, tenendo un occhio di riguardo per il lungometraggio animato (nonostante consigli vivamente il revival ancora nelle sale e i racconti di Rudyard Kipling).

Partiamo da Shere Khan. È un cattivo che ha tutte le motivazioni di questo mondo per comportarsi come tale, fino al punto da chiedersi se sia lui il vero cattivo della storia. Non nego che non sia temuto e men che meno può dirsi che non sia pericoloso, ma la verità è che nella giungla o sei cacciatore o sei preda e tutti gli animali sono consapevoli di appartenere ad una delle due categorie. Questo, tra il detto e il non detto, è qualcosa che gli adulti capiscono immediatamente, i bambini ci arriveranno solo con gli anni. Per quanto mi riguarda, la cattiveria di Shere Khan è ben motivata dal terrore che ha degli uomini e del fuoco capace di distruggere ogni cosa con una scia che velocemente si estende attraverso ferite che vengono aperte tra gli alberi. Ancora si percepisce, senza che sia esplicitato, quanto l’uomo possa essere sterminatore e quanto gli animali, secondo quel che potrebbe avvicinarsi maggiormente al loro punto di vista, possano temere la sua creatività e la sua distruttività. Tale creatività è desiderata dagli umani, mirata ad uccidere e spaventare ed è per questo che Khan li teme, perché capaci di uccidere anche per il solo gusto di farlo. Qui la strizzatina d’occhi è rivolta al triste problema del bracconaggio, inutile girarci attorno, un problema che agli occhi di una tigre è mirata al piacere della distruzione. Chi è capace di comprendere il problema – e di certo un bambino non ha sufficienti informazioni per riuscirci – può dire che si comincia a delineare un bel quadro psicologico della tigre. Tale quadro si chiude quando lotta contro Baloo (o anche Bagheera nel revival). Non è la morte che cerca, bensì tenta di raggiungere il cucciolo d’uomo con qualsiasi mezzo, passando (se deve) anche attraverso l’assassinio degli animali della foresta. Questo perché nel lungometraggio, pur uccidendo per fame e con evidente piacere, lui rispetta la legge degli animali. Proprio per tutte queste motivazioni dichiarate o velate, si pone tra i personaggi più dettagliati e complessi dell’intera trama.

Re Luigi, la personalità; lui è il mio preferito in assoluto. A differenza del lungometraggio animato, nel revival è mastodontico e minaccioso, quando canta sembra quasi grottesco, ma io lo preferisco di gran lunga nella versione infima e subdola che il cartone animato ci presenta. Manipolatore, all’inizio cerca di ingraziarsi il cucciolo d’uomo con doni e simpatie… tutto per mettere le zampe sul segreto del rosso fuoco, facendo orecchie da mercante quando Mowgli gli dice di non conoscerne la preparazione. Tra le righe, Re Luigi svela la sua natura spietata. Cosa sarebbe successo se il cucciolo d’uomo non fosse stato salvato da Bagheera e Baloo? Re Luigi avrebbe ancora esibito il lato della medaglia più amichevole e stupido, nonostante il cucciolo d’uomo continuasse a non rivelargli il segreto tanto bramato? Per comprendere Re Luigi, basta ascoltare le parole che canta al ragazzo quando quest’ultimo gli confessa di non conoscere il segreto del rosso fuoco:

Adesso noi abbiamo un patto

E Tanto insisterò che mi dirai

quel che tu sai e il fuoco io farò

E cucciolo d’uomo bada,

ora parlerai perché

Dovrò imparar che cosa far

per essere come te

Si ostina a parlare di patti, quando il cucciolo d’uomo non capisce neppure di cosa ciancia, gli dice/canta chiaramente che insisterà fino a quando non gli dirà quello che dà per scontato lui sappia. Per me, questo personaggio è una vera bellezza per com’è strutturato e, nonostante sia presente per cinque minuti scarsi, si sente totalmente il peso della sua importanza nella giungla. D’altronde: Lui è nella giungla ormai una personalità … e un manigoldo, come lo chiama Bagheera!

Bagheera, per l’appunto, assieme al resto dei personaggi è semplicemente fatto bene. Per quanto sia elegante nel suo portamento, nobile, è un personaggio che insieme al serpente Kaa (di cui preferisco di gran lunga la versione femminile e ben più tentatrice) o all’orso Baloo o anche al branco di lupi, mantiene degli standard qualitativi che uno si aspetterebbe da quel preciso animale in una eventuale e ipotetica situazione x. Come si comporterebbe un pitone in quella situazione? E come si comporterebbe un orso che si affeziona ad un cucciolo “non suo” al punto da difenderlo fino a rischiarne la vita? E come fa a provare quelle emozioni se il ragazzo parte come procacciatore di cibo? E i lupi? Come si comporterebbe un branco di lupi che vuole difendere quello che è considerato a tutti gli effetti il loro cucciolo? Per non parlare degli avvoltoi, altri personaggi sottovalutati di cui vengono presi in considerazione anche i sentimenti, nonostante siano dei iettatori nati che attendono solo il momento più propizio, un lato che mai li abbandona realmente.

Il punto è che a queste domande le risposte che dà la Disney sono buone perché in una situazione (irrealistica) come quella designata, è probabile si comportino esattamente così. Ciò significa che ad ogni plausibile domanda, la Disney riesce a dare una risposta chiara, concisa e interessante rispetto alla caratterizzazione dei propri personaggi. Risultato che non è così facile come sembrerebbe e si rivela estremamente attraente per i motivi già detti sopra.
Un ultimo appunto mi preme farlo sugli
elefanti della giungla; chi ha visto il revival della Disney ha compreso maggiormente quello che veniva detto sottovoce nel cartone animato, ossia: mastodontiche creature da cui tutti si tengono alla larga. Sono capaci di plasmare la terra con il loro passo, dei veri e propri architetti della natura da cui anche Sheere Khan si tiene lontano. Quindi il film sopperisce alla mancanza di informazioni date, ma più volta suggerite, proprio nel lungometraggio animato.

Ad essere sinceri, il film live action credo approfondisca molti lati della narrazione, motivo per cui Re Luigi è stato mutato in minaccioso e dittatoriale, motivo per cui il ruolo degli elefanti è stato spiegato con più attenzione e sono state rese più evidente alcune azioni che prima solleticavano l’interesse dei più attenti, ma restavano dei vaghi suggerimenti che, se non colti, si perdevano nel vuoto. Paradossalmente il film è più adulto, ben godibile dai bambini e dagli adulti, ma credo che gli adulti apprezzeranno i suggerimenti velati del cartone più di quanto farebbe il pubblico più giovane. D’altronde, si sa, la Disney riesce a giocare con emozioni in maniera semplice ed esemplare, dunque il marchio che presenta il prodotto non è sinonimo di qualcosa che non possa essere gradito tutti!

Lui è tornato – Opinioni sul film

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Cosa succederebbe Se Hitler tornasse tra noi? È una domanda che si adegua perfettamente ai giorni nostri. Non vorrei portare fare un discorso politico, eppure è su questo aspetto che verte il film. In apparenza una commedia, dal trailer sembra esilarante e lo è, scivola via come olio nonostante i difetti che la pellicola presenta, perché ne presenta. La chiave di lettura, tuttavia, qual’è? La chiave principale è quella che la premessa ci offre, ossia, in tempi crudi e violenti come quelli attuali, molto vicini a guerre, con gli stranieri che vengono guardati con diffidenza, cosa succederebbe se Hitler tornasse oggi tra noi?

A rispondere a questo quesito è stato Timur Vermes, con il suo libro “Er ist Wieder da”, ossia: “Lui è tornato”. Non ho avuto il piacere di mettere le mani sul testo, ammetto che lo avrei preferito di gran lunga perché un film non permette l’immersione che, invece, un buon libro è capace di fornire, quindi mi limito ad analizzare il film che ho comunque particolarmente apprezzato. Non è una vera e propria recensione, piuttosto una serie di opinioni, perlopiù positive, in riferimento a quest’opera. Dunque: “Lui è tornato” è diretto da David Wnendt e interpretato da un interessante Oliver Masucci, che per impersonale Hitler ha studiato gli scritti del dittatore, i dialoghi al pubblico, è ingrassato di venti chili e per evitare aggressioni girava sempre con dei bodyguards. Per quanto mi riguarda sembrava davvero di avere dinanzi il führer. Il film ha avuto un grandissimo successo, al punto da riproporlo al cinema fino a venerdì 29 aprile 2016. Consiglio di mobilitarvi per vedere questo film, ma Netflix dovrebbe sopperire la mancanza nel caso non riusciate a gustarvi la pellicola al cinema, perché è attualmente in streaming anche sulla piattaforma online.

Il primo problema per questa pellicola, senza girarci troppo attorno, sono state le critiche italiane. Ho letto commenti che mai avrei voluto leggere, piuttosto avrei preferito lavarmi la faccia con l’acido. Potrei citare anche i nomi di queste cime, ma non è qualcosa che farò. Diciamo che sono di facile reperibilità nel caso abbiate Facebook, perché il film è stato più volte pubblicizzato in queste settimane: se vedete un link con migliaia di like vi consiglio di aprire i commenti e farvi un giro. In breve, la maggior parte di queste dichiarazioni, affermavano che il film fosse un’apologia al nazismo, che non avrebbero mai visto questo film solo per non darla vinta alle multinazionali che voglio intrattenerci e farci passare per simpatico un dittatore. Purtroppo, in cuor mio, so che questa gente era del tutto seria nel dire queste frasi e questo mi turba parecchio, specie perché i commenti sono ben peggiori di questi che, ahimè, sono i soli che ricordo e di certo c’erano di ben peggiori.

A queste persone io suggerisco di andare a vedere il film e seguirlo con un occhio oggettivo, senza manifestare troppo la loro posizione politica, perché se riusciranno ad arrivare all’ultima frase di questa pellicola, capiranno che la critica è molto più pesante di quanto possa sembrare. È chiaro, un trailer non deve dire tutto, ciò che si vede strappa qualche sorriso, ma come si può parlare di ironia “a favore” del führer? Semmai satira e neppure quella, perché la critica formulata è davvero più amara di quanto potessi mai immaginare e ciò avviene nell’ultimo quarto d’ora, di botto e in maniera del tutto inaspettata, quando comincia ad entrare nel film il discorso sugli ebrei che dall’inizio è stato strategicamente evitato. C’è un accordo tra Hitler ed una rete trasmittente, il discorso “ebrei” era un argomento che non sarebbe dovuto mai emergere, coperto da un veto consensuale tra i protagonisti, perché scomodo. Questo perché, nel film, Hitler fa una vera e propria scalata al potere per ingraziarsi il popolo e lo fa sapendo che il mondo crede sia solo un buon attore, facendo buon viso a cattivo gioco per conquistarsi il pubblico, accettando consciamente questo ruolo apparente per arrivare a obiettivi ben peggiori… Perché i tempi sono maturi, per citare una frase del film.

Il film muove una critica pesantissima alla realtà dei giorni nostri. Come ho già detto, non voglio portare il discorso sul piano politico, ma è necessario almeno comprendere il punto principale. Viviamo in una società orribile, viviamo in una società in cui la gente si fa scoppiare in aria uccidendo centinaia di persone nel nome di un Dio, viviamo sotto minaccia ed è recente la dichiarazione dei servizi segreti che ha affermato la presenza di cellule terroristiche nel territorio italiano, tedesco e inglese, oltre che francese e belga. Il film, in un certo senso, punta proprio su questo, sulle debolezze e sulle paure degli uomini; ripercorre un po’ l’ascesa al potere del führer, ossia tutti lo deridono eppure riesce a conquista tutti in maniera inaspettata; perché tutti pensano ciò che lui dice apertamente. Ci sono alcuni discorsi interessanti che l’attore è riuscito a rendere veramente bene in alcuni punti della trama. C’è un discorso, che credo sia stato molto impegnativo per lo stesso Masucci, su quanto la politica vada male mentre ci lasciamo rintronare da stupidaggini, su come ci nascondono “l’abisso” con programmi televisivi di cucina per sopperire alle mancanza di informazioni, per assopirci ogni giorno di più e farci dimenticare i veri problemi della nazione, informazioni scomode a cui il popolo è meglio non faccia attenzione. Da questo preciso punto la storia comincia a prendere il suo ruolo di denuncia ed è un crescendo continuo.

Mi aspettavo un film satirico e a tratti divertente, tra le mani ho avuto un film che per i soli dieci minuti finali ha cancellato tutte le risate che mi hanno provocato nell’ora e mezza precedente. Perché si ride e ogni risata non è stata mai forzata, ma non è la sola sensazione che questo film vuole trasmettere. Certo, si parla di un film a suo modo politico e non di una commedia, quindi le risate sono sempre ben contestualizzate; ho avvertito un continuo crescendo fino a raggiungere un picco massimo con la citazione che il regista ha fatto al film “La Caduta” di David Wnendt, la famosa scena abusata su Youtube (ma sempre comica) rifatta a seconda del programma televisivo. Da lì, in maniera inversamente proporzionale, si smette di ridere fino a sentire quel mattone sullo stomaco pesare sempre di più.

Non ho intenzione di fare una critica approfondita perché questo film è da gustare, da ridere al momento giusto e riflettere al termine della riflessione finale; vi consiglio caldamente di vederlo. Tolto alcune sbavature della regia e alcuni punti un po’ noiosi sul personaggio secondario che, premetto, non saranno duraturi, questo film potrebbe quasi raggiungere la perfezione ed io sono restio a dare il voto massimo a qualsiasi cosa. Vivere un film è soggettivo e per questo motivo è difficile dargli un dieci pieno, specie con questi piccoli problemi tecnici. Diciamo che per quanto mi riguarda, per ciò che mi ha lasciato, assegno a questo film:

Dieci, senza questi difettucci da poco

Nove nel complessivo.

Recensione Film #1: The Hateful Eight

Parte no spoiler:

Trovo sempre molto complesso fornire un’analisi oggettiva di Tarantino, dato che potrei parlare per ore ogni volta che mi viene chiesto un parere su questo autore. So di dover rianalizzare il responso che potrei dare a caldo, perché sarebbe totalmente pro Tarantino. Eppure mi rendo conto che la creatività così ironicamente sadica di questo regista può non essere gradevole per tutti. In “The Hateful Eight” vengono riunite tre tematiche che personalmente amo alla follia: Tarantino, genere western e il classico omicidio a porte chiuse alla Agatha Christie. C’è poco da fare, se dovessi scrivere una recensione per me stesso, la parola che utilizzerei sempre più spesso prima di impazzire come il folle Jack Torrance di “Shining” e cominciare a scrivere sui muri a lettere cubitali, sarebbe solo una: CAPOLAVORO. CAPOLAVORO! CAPOLAVORO!!! Mi rendo conto che non posso limitarmi a questo tipo di analisi, perché il film qualche difetto lo presenta.

Difetti che, chiariamo, non mi sono pesati neppure un po’, ma che oggettivamente esistono nel film. Un esempio? Il ritmo e la lunghezza. Il film dura circa tre ore (160 minuti) con un’estensione di altri trenta sulla versione in pellicola e vi dico francamente che sarei davvero curioso di visionarla perché tre ore, per quanto mi riguarda, sono scivolate come olio. A metà del primo tempo avevo su un sorriso da Joker e fremevo nell’attesa di gustarmi immediatamente la seconda parte. Tarantino ha chiaramente rischiato perché ha scelto un ritmo molto lento nella prima parte per poi esplodere come una bomba nella seconda. Scelta che può essere condivisa o meno, a me di certo non è pesata. Confesso di aver sofferto più a seguire il “Signore degli anelli”, piuttosto che “The Hateful Eight”. Non molti condivideranno la mia idea, io stesso ho avuto modo di constatare che in sala erano presenti persone in disaccordo con la mia opinione proprio per via del ritmo lento sì, ma comunque avvincente. E’ un’opinione che rispetto, lo stile di Tarantino può non piacere. È inutile andare a vedere un film di Tarantino se non piace la sua regia; anche se presentava dei ritmi in realtà diversi dalle sue precedenti opere, è anche vero che vantava una continuità e una coerenza maggiori rispetto alle stesse. Per molti versi, come lo stesso autore ha dichiarato, la pellicola si avvicina alle atmosfere di “Reservoir Dogs” (Le Iene); per aspetti differenti ricorda anche “Pulp Fiction”, dal momento che la storia viene narrata con capitoli lineari e complementari tra loro. E’ un vero e proprio ritorno alle origini, ma rispetto alle origini ho ammirato un regista più maturo e sicuramente più sicuro dei suoi mezzi, delle sue capacità. Altri richiami si vedono marcatamente con il film di John Carpenter: “La Cosa”, con un pizzico di giallo a porte chiuse della Christie. Tarantino riesce a creare uno stato di tensione e di ansia perenne già dal primo minuto ed è chiaro che per generare un’atmosfera simile serve del tempo, serve un dialogo tra gli “spietati otto”. Il film si prende i suoi ritmi e non è un problema, perché il tempo scivola come niente. Una tensione accompagnata dalle musiche di Ennio Morricone che fanno richiamo alle stesse tematiche di “La Cosa”. Tarantino ha voluto a tutti i costi lui come compositore e lo stesso Morricone, pur avendo poco tempo da dedicare nella composizione, ha deciso di utilizzare e revisionare alcune canzoni che aveva scartato per il film sopracitato. Ognuna di queste riesce a fare il suo, garantendo una tensione in scena che mi ha caricato di adrenalina dal primo istante fino ai titoli di coda.

La regia, un vero e proprio gioiello. Soffermarsi molto su questo aspetto sarebbe una perdita di tempo, perché Tarantino è una divinità della cinepresa e della sceneggiatura. Fine. La maggior parte del film è diretto in una stanza o in una carrozza, quelle scene hanno una certa staticità. Nonostante questo Tarantino è riuscito a dare un effetto dinamico per il modo in cui la telecamera segue i protagonisti. Un genio. Ho amato lo stile di regia anche per un altro dettaglio: per accrescere lo stato di ansia dello spettatore, Tarantino ha girato la maggior parte delle scene permettendo di intravedere cosa stessero facendo gli altri protagonisti. Con una tecnica particolare di messa a fuoco e controfuoco, il focus principale è inizialmente posizionato su colui che parla mentre gli altri personaggi sono sfocati e la messa a fuoco subisce frequenti aggiustamenti seguendo i dialoghi. Questo tipo di inquadratura ha dato il meglio di sé quando tutti hanno trovato un motivo per odiarsi a vicenda. L’adrenalina circolava a massimi livelli: Lo spettatore si trovava con loro, si trovava in quel dannato emporio e con lui c’erano altre otto persone spietate che odiava a morte. Era consapevole di non potersi fidare di nessuno, di avere motivo di essere paranoico e doveva osservare attentamente ognuno di loro. Lo spettatore si trovava là. Il risultato è stato esattamente questo. Ho visto questo film due volte, una di queste in lingua originale, ma ammetto di aver preferito il doppiaggio italiano proprio per non perdere il movimento della telecamera. Anche se c’è stato un piccolo (grande) errore di traduzione nel doppiaggio che ha reso meno incisivo alcuni concetti politici che analizzerò nella parte spoiler.

Una regia da Oscar… che sicuramente lo ha visto penalizzato per la diatriba con la Disney. Tarantino aveva difatti stipulato un contratto con un cinema di Los Angeles per trasmettere il film in quelle sale il 25 dicembre. Lo aveva fatto per la grandezza della sala, per il supporto e le attrezzatura per il tipo di pellicola a 70 mm girata in Ultra Panavision, perché lo considerava adatto al suo film per ampiezza, grandezza, epicità. La major Disney decise di prolungare la proiezione del suo film in quelle sale, forse boicottando l’opera di Tarantino e minacciando che in caso contrario avrebbe ritirato il film ”Star Wars. Il risveglio della forza” da tutte le catene di quel cinema. Temo che questo abbia inciso nell’escludere le nomination del regista per quanto riguarda le candidature a miglior regia e miglior sceneggiatura. Avrebbe meritato sicuramente anche d’essere in lista per il miglior film, a parer mio, perché “The Hateful Eight” è un film di rara fattura. Nulla da eccepire sulle candidature agli oscar per la migliore colonna sonora originale di Ennio Morricone e per la fotografia che è una GIOIA per gli occhi. Un contrasto leggermente caldo su alcuni punti dello schermo, quando all’esterno i toni freddi fanno da padrone per poi controbilanciarsi in tonalità totalmente calde quando la storia si sposta nei luoghi chiusi. Per non parlare delle chiazze di sangue sulla neve e di alcune scene che sono un vero piacere per gli occhi. Nulla da dire neppure sulla candidatura ricevuta per la miglior attrice non protagonista da Jennifer Jason Leight.


La Leight in questo film interpreta la condannata. Nella parte spoiler voglio soffermarmi proprio su una critica che mi ha fatto un po’ girare le scatole, ma soffermandomi sulla sua interpretazione posso dire questo: qualcosa di indescrivibile. Come ho già detto lo spettatore ha più volte l’impressione di trovarsi lì, tra questi hateful eight, con questa dannata psicopatica e vive un crescendo di tensione. Personalmente ogni attore mi è particolarmente piaciuto: a livello interpretativo non si discute, i ruoli sono tutti perfettamente contraddistinti. Ho letto alcune critiche sulla caratterizzazione di Tim Roth, perché avrebbe potuto interpretare un ruolo più ampio. Io credo che abbia interpretato in maniera magnifica un piccolo ruolo e va benissimo così. L’unica candidatura ricevuta per le interpretazioni l’ha ottenuta proprio la Leight; non potevano premiare tutti anche in vista della diatriba tra la major Disney e lo stesso Tarantino, che ritengo abbia influito sull’esclusione di alcune candidature, tuttavia mi auguro che lei possa portare a casa la statuetta perché è stata davvero fantastica.

Parte spoiler

Una cosa che mi ha fatto davvero innervosire sono le critiche ricevute da Tarantino sulla sua presunta misoginia perché la protagonista interpretata dalla Leight viene più volte picchiata, trattata da feccia schifosa, una ‘bastarda da impiccare‘. Sono presenti molte scene di violenza da parte del cacciatore di taglie John Ruth, soprannominato ”Il Boia” perché se una taglia può essere portata viva o morta, lui la porta sempre viva per farla impiccare dal boia. Ciò che ripete spesso il ‘Boia è: Tutti i bastardi meritano di essere impiccati, ma i gran bastardi sono quelli che impiccano”. Qui si identifica una forte traccia politica, ma su questo mi soffermo dopo. Sulle scene di violenza le critiche negative sono state innumerevoli sia dagli esperti e dai semplici spettatori. Il problema qual’è? Daisy Domergue, che è la cattiva, un’assassina spietata della banda Dormergue, non viene picchiata e trattata da feccia in quanto donna, ma in quanto feccia. Più volte John Ruth specifica di non avere davanti una donna, bensì una criminale. Queste sono sfaccettature Tarantiniane che vanno tenute presenti.

John Ruth, magnifico Kurt Russel nella sua interpretazione e indescrivibile personaggio. È il mio preferito nel gruppo. Un vero ”bastardo” e più volte definito tale. Eppure lo reputo un personaggio con numerose sfaccettature. Spietato solo verso chi è spietato e nonostante sia in apparenza rude e senza cuore non ammazza i criminali perché ritiene che anche il boia debba lavorare. Percuote numerose volte la sua prigioniera quando lo manca di rispetto, ma più volte compie quei piccoli e significativi gesti di pietà che ti mostrano molto altro dietro questo ”bastardo”. Ed è questo personaggio che comincia a prendere piede l’aspetto politico del film: ”Tutti i bastardi meritano di essere impiccati, ma i gran bastardi sono quelli che impiccano”. Nel doppiaggio italiano questa frase è stata un po’ snaturata, perché se non ricordo male era un discorso ridondante simile a questo “Solo i veri bastardi devono essere impiccati, ma i veri bastardi devono essere impiccati”. Non ha alcun senso, o almeno, non mantiene il senso che Tarantino voleva dargli. Nella sceneggiatura è un chiaro riferimento alla giustizia che un uomo può farsi. Il tema viene infatti approfondito nel corso dei dialoghi da un altro personaggio: Oswald Mobray, interpretato magnificamente da Tim Roth. Il suo ruolo è il Boia delle contee, infatti avrebbe dovuto giustiziare Daisy quando la tempesta sarebbe cessata e avrebbero fatto ritorno nella città Red Rock. Lui fa un discorso che si muove su un binario parallelo, ossia la giustizia e la giustizia di frontiera: nel primo caso è il boia a uccidere la condannata, nel secondo caso i cari della vittima catturano l’assassino e lo uccidono in giardino. Anche quella è giustizia, ma per chiamarsi tale la giustizia ha bisogno di una figura neutrale, di una figura che non ha interesse a togliere una vita, che forse neanche conosce le motivazioni di quella esecuzione e che neppure gli interessano. Solo quando la figura è neutrale può definirsi giustizia. Ed analizzando la frase di Ruth è questo il significato che può identificarsi: Ci sono persone così orribili e perfide che meritano oggettivamente di morire, di non essere più parte integrante di questo mondo. Se tu, tuttavia, uccidi queste persone per i crimini che hanno fatto, non solo non sei migliore di loro, tu sei una persona molto peggiore di loro. Questa è la chiave politica che io ho letto, infatti la pellicola si trascina, in maniera un po’ amara, con una profonda morale finale: Uccidi, ti vendichi dell’odio che provi, spezzi vite a persone che hanno spezzato vite atrocemente… e poi? A cosa serve questo? A nulla perché ti trovi a morire con atroci sofferenze tra montagne desolate. Soddisfatto della tua vendetta, ma perdendo comunque ogni cosa. Questo è l’aspetto sempre più politico di Tarantino in questo film. Per non parlare del razzismo che lo stesso Tarantino cerca di smorzare assieme a Samuel L. Jackson. Infatti l’uomo di colore è continuamente chiamato ‘negro, negro, negro’. Lo stesso Ruth si sente tradito per una bugia detta a fin di bene da Marquis Warren che poi gli fa un discorso semplice per fargli comprendere come il colore della sua pelle sia un problema in un’America che sta affrontando un periodo di poco successivo alla guerra civile. Di come un ‘nero’ sia al sicuro solo quando un ‘bianco’ è disarmato e di come quella stessa bugia sia stata essenziale per salvargli la vita. La narrazione politica, benché formulata ottimamente in un contesto western è davvero molto percepibile.


I colpi di scena non sono mai prevedibili, MAI. La prevedibilità è soggettiva, ma io posso dire di essere entrato nella sala con alcune supposizioni e di non essere riuscito a prevedere, a conti fatti, proprio nulla. Il trailer è stato montato e impacchettato come un regalo di Natale perfetto, ha aiutato a capire la trama ma non ha anticipato niente. Queste supposizioni sono state del tutto capovolte nel corso della narrazione. Il trailer è capace di dare delle buone premesse, solo quello. Tutto ciò che capita su quelle premesse per me è stato del tutto imprevedibile. Ogni personaggio è importante per il decorrere della trama, ogni elemento lascia piccoli indizi qua e là ma alla fine tutto torna, chiudendo un cerchio perfetto. Viene tutto spiegato nel dettaglio, un serie di conclusioni così squisitamente confezionate su quelle premesse che vengono fornite allo spettatore a piccole dosi. Che dire? Ho amato ogni cosa.

Potrei parlare davvero per ore e ore di Tarantino così come di questa singola pellicola, ma credo di aver fatto un quadro generale completo delle informazioni più importanti. Ritengo questo film un capolavoro. Ha i suoi difetti, c’è poco da fare, ma a volte un elemento negativo può presentarsi, per taluni aspetti, come un’inaspettata miglioria. Così è stato “The Hateful Eight”. Concludendo questa recensione, io lo reputo un capolavoro assoluto, ma questo è il mio soggettivo parere ed è sbagliato crearvi delle aspettative che potreste non condividere. Se amate lo stile di Tarantino, se amate le costruzioni lente e progressive, se amate analizzare i fatti attraverso una chiave di lettura profonda, è il film che fa per voi. Il voto forse più adatto per questo film è 9.

Alla prossima

Tony K.L. Foster

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