Recensione Film #3: Legend

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PARTE NO SPOILER

Il candidato all’oscar Tom Hardy… e il candidato all’oscar Tom Hardy. Così annunciava il trailer, facendo comprendere forse fin troppo velocemente attorno a cosa questo film girasse: l’interpretazione fenomenale di Tom Hardy.
Il film è un adattamento cinematografico del libro di John Pearson “The Profession of Violence: The Rise and Fall of the Kray”, il quale narra di due gangster, due fratelli gemelli indissolubilmente legati tra loro, che crearono un impero sulla Londra degli anni sessanta. Le premesse erano eccellenti ed è stato un vero peccato sapere che Brian Hengeland, regista e sceneggiatore dell’opera, non sia riuscito a soddisfarle. Dispiace, perché le sue opere in precedenza hanno emozionato, hanno saputo colpire i punti giusti per intrattenere lo spettatore di grande e piccolo schermo e fargli sospendere il fiato per parecchi secondi per la tensione. 
Ho apprezzato come Hengeland abbia sceneggiato “Mystic River”, adattamento cinematografico del romanzo scritto da Dennis Lehane “La morte non dimentica”. Sono due opere che consiglio senza alcuna esitazione, dotate di una profondità che riesce ad angosciare il lettore (o lo spettatore, nel caso dell’opera cinematografica) fino al termine della narrazione, con colpi di scena piazzati nei momenti giusti ed anche con una certa eleganza. Non voglio scrivere un elogio a Lehane, potrei, ma preferisco scrivere qualcosa di più approfondito e specifico in un prossimo futuro. Non voglio sottrarre l’attenzione a “Legend”: qualche punto forte c’è, oscurato tuttavia da una pessima narrazione, il vero grande problema di questo film. Un vero peccato che tali premesse siano sprecate su una narrazione lenta e a tratti incongruente. La psicologia dei personaggi primari è ben sviluppata, soprattutto per quanto riguarda quella di Ronald Kray, che soffriva di schizofrenia paranoide; Reginald è scritto bene nella prima parte, nella successiva succedono alcune cose che mi hanno lasciato interdetto. Il film narra di una storia realmente accaduta, mi rendo conto che la realtà dei fatti ha portato questi eventi, ma questi eventi sono stati raccontati male, c’è poco da discutere. Ci ritornerò in maniera più approfondita nella parte spoiler.

Già dalle prime immagini è possibile apprezzare quella fotografia de-saturata che permette di immedesimarsi nella pungente umidità londinese che accompagna i protagonisti in ogni momento. Non ci sono vasti paesaggi da lasciare a bocca aperta, ma ho trovato i tagli di luce molti interessanti. Ci sono state opinioni differenti a riguardo, alcuni credono che non sia nulla di eccellente, ma io non sono d’accordo; dal mio punto di vista ho reputato la fotografia fondamentale per l’immersione nella trama, mi ha fatto immedesimare in quella Londra morta e viva al tempo stesso, morta di giorno e viva di notte.

La controparte femminile di questo film è Emily Browning nei panni di Frances Shea, il personaggio che incontreremo fin dai primi istanti del film e che ci guiderà nel corso della trama narrando le vicende che interessano lei e la relazione distruttiva che avrà con Reginald. Ci racconta la storia, ci racconta la sua evoluzione, le sue speranze, ci racconta i suoi dubbi e le sue paure e ci racconta più di quanto ci viene detto dei protagonisti. In qualche modo sporca un po’ quell’ambientazione gangster che si sarebbe dovuta respirare, nonostante venga da pensare, talvolta, che sia proprio l’ambientazione gangster a cozzare spesso e volentieri con la storia d’amore tra Reginald e Frances. Di questo aspetto parlerò nella parte spoiler, motivando perché la narrazione risulta essere un unico (pessimo) filo conduttore.

Un buono sviluppo accompagna i gemelli Reginald e Ronald, il secondo più del primo, ma a brillare non è il mondo dei gemelli: è chi li interpreta. Su Tom Hardy si potrebbe parlare a lungo: è un attore che mi è sempre piaciuto e mi sono piaciute complessivamente tutte le opere in cui ha recitato ma qui… qui è grandioso. Non è la prima volta che viene utilizzato un solo attore per recitare un ruolo gemellare né è la prima volta che i gemelli interpretati da un singolo attore sono differenziati, ma qui interpreta due persone completamente diverse! Non solo psicologicamente, ma pure fisicamente: Tom Hardy ci riesce. Non sembra vedere lo stesso attore recitare due ruoli differenti, l’impressione che viene data è che sullo schermo ci siano realmente due gemelli, tra loro simili, ma con marcate differenze che li contraddistinguono. Quando parlo di grande interpretazione di Tom Hardy mi riferisco non solo all’estetica differente tra Reginald e Ronald, non solo la capacità di saper interpretare due psicologie che per molti versi simili e per altri diametralmente opposte, parlo anche nel modo di parlare, di muoversi. Senza nulla togliere al doppiaggio italiano – che ho reputato eccellente – sono curioso di rivedere questo film in lingua originale proprio per gustarmi appieno l’interpretazione di Hardy, l’elemento principe che salva parzialmente questa pellicola.

Ora, avrei preferito unire l’aspetto tecnico e fornire una critica maggiore, ma questo film è una medaglia. Una delle due facce rivela aspetti puramente tecnici che rendono questo film di altissimi livelli; l’altra faccia distrugge ciò che di buono è stato fatto.

PARTE SPOILER:

Partiamo dai personaggi secondari: quasi del tutto inesistenti e, se presenti, ci sono solamente per riempire il film. In sala neppure avevo notato Paul Bettany, pur sapendo fosse presente. Vogliamo parlare della polizia? Dai primi istanti del film si deduce che i Kray sono strettamente sorvegliati dalla polizia, perché le prime immagini successive alla voce narrante di Frances ci mostrano proprio l’organo di polizia intento a sorvegliare Reginald Kray. Bene, io non ho mai avuto l’impressione che i gemelli si trovassero alle strette, non ho mai avuto l’impressione che fossero braccati. Perché utilizzare un attore del calibro di Christopher Eccleston (che interpreta il poliziotto incaricato di incastrare i Kray), metterlo lì di facciata senza svilupparlo e senza dargli l’importanza che avrebbe potuto meritare? Eccleston non è la prima volta che accetta ruoli che restano nell’oblio, nel dimenticatoio, che sviliscono il suo talento. Ad esempio Malekith in “Thor The Dark World”: un personaggio privo di profondità e di quella cattiveria che avrebbe potuto avere se fosse stato scritto bene. In “Legend” è uguale se non peggio, dato il numero contato di scene in cui ci viene mostrato. Posso parlare di Bettany, posso parlare di Eccleston, posso parlare dei politici che a stento si intravedono e posso parlare anche dei gangster omosessuali che Ronald si porta dietro, leggermente più sviluppati rispetto i primi, ma nemmeno così tanto. Hanno deciso di inserire uno scandalo politico, ma è stato talmente frenetico e mal spiegato che l’ho compreso solo successivamente e per intuizione, ma ciò che è stato sbagliato è la narrazione. a mio parere hanno voluto giocare su troppe tematiche: hanno inserito la storia malavitosa di due gemelli che hanno regnato su Londra, il rapporto conflittuale e psicologico tra Reginald e Ronald, la storia d’amore…

Il problema che pesa maggiormente sulla narrazione è proprio questo: Hengeland ha voluto darci troppe informazioni ed ha voluto raccontare troppe storie che hanno confuso e annoiato lo spettatore. La prima metà del film è scivolata: sono state spiegate attentamente tutte le dinamiche, tutte le relazioni e sono stati introdotti dei buoni pilastri, ma a quel punto avrebbe dovuto scegliere cosa perfezionare e perseguire quella sola strada. Tutte le informazioni che ci vengono date a partire dalla seconda metà del film, tutta la carne che è stata messa sul fuoco è stata fatta bruciare perché ce ne era troppa. Nella seconda metà del film i Kray stringono un patto con la mafia italo americana per accordi che riguardavano i casinò, verso l’ultima metà viene detto a Reginald di liberarsi del fratello, ma non c’è stata nessuna conseguenza a riguardo, nessun approfondimento. Non mi è piaciuto come Reginald, il quale controllava i suoi stinti violenti, all’improvviso ha picchiato e stuprato la moglie, non mi è piaciuto come per un litigio, per quanto grave, abbia portato la stessa al suicidio. Non mi è piaciuto tutto questo per la mancanza di sviluppi relazionali, la mancanza di crescite psicologiche: tutto questo avviene quasi dal giorno alla mattina. Si parte da un punto iniziale in cui Reginald si innamora di Frances e si arriva al punto finale in cui quest’ultima si suicida, reggendo un solo ponte di false promesse buttate qua e là per tentare di fornire scarne spiegazioni. Un altro problema è il ritmo lento, che nella prima parte serve a far comprendere i personaggi ed è giustificabile; nella seconda parte del film, in vista di tutta quella carne sul fuoco, lo spettatore comincia ad annoiarsi. Sono stato molto insofferente nei minuti finali, rendendomi conto che quel film mancava di una solida base, mancava di una trama. Questa è la verità: questo film è privo di trama. Ha delle situazioni che si relazionano tra di loro, ma nulla di più perché non si può dire sia un film puramente gangster, non si può dire sia una storia d’amore, non si può dire sia un film orientato unicamente sul rapporto psicologico dei protagonisti. È tutto e come tale risulta essere nulla.

Il rapporto psicologico tra i due fratelli è il male minore e si riesce a dare qualche spiegazione in più sul rapporto tra Reggie e Ronald. Sorvolando sulla interpretazione perfetta di Hardy, voglio soffermarmi sulla scrittura del personaggio di Ronald, a mio parere scritturato meglio. Mi è piaciuto come è stato introdotto, mi sono piaciute le frasi che nel pieno della sua follia dice: frasi spontanee, innocenti per alcuni tratti, private di ogni filtro e che solo un bambino o un pazzo potrebbero pronunciare. Questo punto è stato centrato alla perfezione, facendo comprendere quanto in realtà fosse fragile il rapporto tra lui e il fratello. Mi è piaciuto come è stato scritto, mi è piaciuto quella brutalità spietata e assassina che, al contrario del fratello, non riesce a contenere a causa della sua malattia. Mi è piaciuta anche la sua crescita psicologica: inizialmente appariva impacciato, quasi sembrava di trovarlo in una organizzazione criminale solo per volere del fratello, ma nel corso della storia vedremo invece un uomo che tutti temono, che tutti evitano, proprio perché impossibile da controllare e, a conti fatti, neppure il fratello ci riesce.

È notevole il montaggio, ma dal punto di vista tecnico si può dire poco data la sua perfetta costruzione. Non si può dire ci sia una morale e nel caso ci fosse è unicamente personale, dato che a conti fatti non trasmette alcuna reale sensazione. Questo film è semplicemente Hardy, ed è una limitazione perché questa pellicola aveva lo scopo di narrare una storia vera, che fosse o meno un adattamento. Non è riuscito nel suo intento, non è riuscito a parlarmi di una storia gangster, non è riuscito a parlarmi di una storia d’amore, non è riuscito a parlarmi della grandezza dei Kray, anzi, non ho mai realmente visto questo totale dominio sul territorio, non è riuscito a raccontarmi una storia psicologica, non è riuscito a raccontarmi neppure una morale e a partire dalla seconda parte è caduto in un baratro noioso e ripetitivo. Peccato!

Voto del film: 6

Tony K.L. Foster

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Recensione Film #1: The Hateful Eight

Parte no spoiler:

Trovo sempre molto complesso fornire un’analisi oggettiva di Tarantino, dato che potrei parlare per ore ogni volta che mi viene chiesto un parere su questo autore. So di dover rianalizzare il responso che potrei dare a caldo, perché sarebbe totalmente pro Tarantino. Eppure mi rendo conto che la creatività così ironicamente sadica di questo regista può non essere gradevole per tutti. In “The Hateful Eight” vengono riunite tre tematiche che personalmente amo alla follia: Tarantino, genere western e il classico omicidio a porte chiuse alla Agatha Christie. C’è poco da fare, se dovessi scrivere una recensione per me stesso, la parola che utilizzerei sempre più spesso prima di impazzire come il folle Jack Torrance di “Shining” e cominciare a scrivere sui muri a lettere cubitali, sarebbe solo una: CAPOLAVORO. CAPOLAVORO! CAPOLAVORO!!! Mi rendo conto che non posso limitarmi a questo tipo di analisi, perché il film qualche difetto lo presenta.

Difetti che, chiariamo, non mi sono pesati neppure un po’, ma che oggettivamente esistono nel film. Un esempio? Il ritmo e la lunghezza. Il film dura circa tre ore (160 minuti) con un’estensione di altri trenta sulla versione in pellicola e vi dico francamente che sarei davvero curioso di visionarla perché tre ore, per quanto mi riguarda, sono scivolate come olio. A metà del primo tempo avevo su un sorriso da Joker e fremevo nell’attesa di gustarmi immediatamente la seconda parte. Tarantino ha chiaramente rischiato perché ha scelto un ritmo molto lento nella prima parte per poi esplodere come una bomba nella seconda. Scelta che può essere condivisa o meno, a me di certo non è pesata. Confesso di aver sofferto più a seguire il “Signore degli anelli”, piuttosto che “The Hateful Eight”. Non molti condivideranno la mia idea, io stesso ho avuto modo di constatare che in sala erano presenti persone in disaccordo con la mia opinione proprio per via del ritmo lento sì, ma comunque avvincente. E’ un’opinione che rispetto, lo stile di Tarantino può non piacere. È inutile andare a vedere un film di Tarantino se non piace la sua regia; anche se presentava dei ritmi in realtà diversi dalle sue precedenti opere, è anche vero che vantava una continuità e una coerenza maggiori rispetto alle stesse. Per molti versi, come lo stesso autore ha dichiarato, la pellicola si avvicina alle atmosfere di “Reservoir Dogs” (Le Iene); per aspetti differenti ricorda anche “Pulp Fiction”, dal momento che la storia viene narrata con capitoli lineari e complementari tra loro. E’ un vero e proprio ritorno alle origini, ma rispetto alle origini ho ammirato un regista più maturo e sicuramente più sicuro dei suoi mezzi, delle sue capacità. Altri richiami si vedono marcatamente con il film di John Carpenter: “La Cosa”, con un pizzico di giallo a porte chiuse della Christie. Tarantino riesce a creare uno stato di tensione e di ansia perenne già dal primo minuto ed è chiaro che per generare un’atmosfera simile serve del tempo, serve un dialogo tra gli “spietati otto”. Il film si prende i suoi ritmi e non è un problema, perché il tempo scivola come niente. Una tensione accompagnata dalle musiche di Ennio Morricone che fanno richiamo alle stesse tematiche di “La Cosa”. Tarantino ha voluto a tutti i costi lui come compositore e lo stesso Morricone, pur avendo poco tempo da dedicare nella composizione, ha deciso di utilizzare e revisionare alcune canzoni che aveva scartato per il film sopracitato. Ognuna di queste riesce a fare il suo, garantendo una tensione in scena che mi ha caricato di adrenalina dal primo istante fino ai titoli di coda.

La regia, un vero e proprio gioiello. Soffermarsi molto su questo aspetto sarebbe una perdita di tempo, perché Tarantino è una divinità della cinepresa e della sceneggiatura. Fine. La maggior parte del film è diretto in una stanza o in una carrozza, quelle scene hanno una certa staticità. Nonostante questo Tarantino è riuscito a dare un effetto dinamico per il modo in cui la telecamera segue i protagonisti. Un genio. Ho amato lo stile di regia anche per un altro dettaglio: per accrescere lo stato di ansia dello spettatore, Tarantino ha girato la maggior parte delle scene permettendo di intravedere cosa stessero facendo gli altri protagonisti. Con una tecnica particolare di messa a fuoco e controfuoco, il focus principale è inizialmente posizionato su colui che parla mentre gli altri personaggi sono sfocati e la messa a fuoco subisce frequenti aggiustamenti seguendo i dialoghi. Questo tipo di inquadratura ha dato il meglio di sé quando tutti hanno trovato un motivo per odiarsi a vicenda. L’adrenalina circolava a massimi livelli: Lo spettatore si trovava con loro, si trovava in quel dannato emporio e con lui c’erano altre otto persone spietate che odiava a morte. Era consapevole di non potersi fidare di nessuno, di avere motivo di essere paranoico e doveva osservare attentamente ognuno di loro. Lo spettatore si trovava là. Il risultato è stato esattamente questo. Ho visto questo film due volte, una di queste in lingua originale, ma ammetto di aver preferito il doppiaggio italiano proprio per non perdere il movimento della telecamera. Anche se c’è stato un piccolo (grande) errore di traduzione nel doppiaggio che ha reso meno incisivo alcuni concetti politici che analizzerò nella parte spoiler.

Una regia da Oscar… che sicuramente lo ha visto penalizzato per la diatriba con la Disney. Tarantino aveva difatti stipulato un contratto con un cinema di Los Angeles per trasmettere il film in quelle sale il 25 dicembre. Lo aveva fatto per la grandezza della sala, per il supporto e le attrezzatura per il tipo di pellicola a 70 mm girata in Ultra Panavision, perché lo considerava adatto al suo film per ampiezza, grandezza, epicità. La major Disney decise di prolungare la proiezione del suo film in quelle sale, forse boicottando l’opera di Tarantino e minacciando che in caso contrario avrebbe ritirato il film ”Star Wars. Il risveglio della forza” da tutte le catene di quel cinema. Temo che questo abbia inciso nell’escludere le nomination del regista per quanto riguarda le candidature a miglior regia e miglior sceneggiatura. Avrebbe meritato sicuramente anche d’essere in lista per il miglior film, a parer mio, perché “The Hateful Eight” è un film di rara fattura. Nulla da eccepire sulle candidature agli oscar per la migliore colonna sonora originale di Ennio Morricone e per la fotografia che è una GIOIA per gli occhi. Un contrasto leggermente caldo su alcuni punti dello schermo, quando all’esterno i toni freddi fanno da padrone per poi controbilanciarsi in tonalità totalmente calde quando la storia si sposta nei luoghi chiusi. Per non parlare delle chiazze di sangue sulla neve e di alcune scene che sono un vero piacere per gli occhi. Nulla da dire neppure sulla candidatura ricevuta per la miglior attrice non protagonista da Jennifer Jason Leight.


La Leight in questo film interpreta la condannata. Nella parte spoiler voglio soffermarmi proprio su una critica che mi ha fatto un po’ girare le scatole, ma soffermandomi sulla sua interpretazione posso dire questo: qualcosa di indescrivibile. Come ho già detto lo spettatore ha più volte l’impressione di trovarsi lì, tra questi hateful eight, con questa dannata psicopatica e vive un crescendo di tensione. Personalmente ogni attore mi è particolarmente piaciuto: a livello interpretativo non si discute, i ruoli sono tutti perfettamente contraddistinti. Ho letto alcune critiche sulla caratterizzazione di Tim Roth, perché avrebbe potuto interpretare un ruolo più ampio. Io credo che abbia interpretato in maniera magnifica un piccolo ruolo e va benissimo così. L’unica candidatura ricevuta per le interpretazioni l’ha ottenuta proprio la Leight; non potevano premiare tutti anche in vista della diatriba tra la major Disney e lo stesso Tarantino, che ritengo abbia influito sull’esclusione di alcune candidature, tuttavia mi auguro che lei possa portare a casa la statuetta perché è stata davvero fantastica.

Parte spoiler

Una cosa che mi ha fatto davvero innervosire sono le critiche ricevute da Tarantino sulla sua presunta misoginia perché la protagonista interpretata dalla Leight viene più volte picchiata, trattata da feccia schifosa, una ‘bastarda da impiccare‘. Sono presenti molte scene di violenza da parte del cacciatore di taglie John Ruth, soprannominato ”Il Boia” perché se una taglia può essere portata viva o morta, lui la porta sempre viva per farla impiccare dal boia. Ciò che ripete spesso il ‘Boia è: Tutti i bastardi meritano di essere impiccati, ma i gran bastardi sono quelli che impiccano”. Qui si identifica una forte traccia politica, ma su questo mi soffermo dopo. Sulle scene di violenza le critiche negative sono state innumerevoli sia dagli esperti e dai semplici spettatori. Il problema qual’è? Daisy Domergue, che è la cattiva, un’assassina spietata della banda Dormergue, non viene picchiata e trattata da feccia in quanto donna, ma in quanto feccia. Più volte John Ruth specifica di non avere davanti una donna, bensì una criminale. Queste sono sfaccettature Tarantiniane che vanno tenute presenti.

John Ruth, magnifico Kurt Russel nella sua interpretazione e indescrivibile personaggio. È il mio preferito nel gruppo. Un vero ”bastardo” e più volte definito tale. Eppure lo reputo un personaggio con numerose sfaccettature. Spietato solo verso chi è spietato e nonostante sia in apparenza rude e senza cuore non ammazza i criminali perché ritiene che anche il boia debba lavorare. Percuote numerose volte la sua prigioniera quando lo manca di rispetto, ma più volte compie quei piccoli e significativi gesti di pietà che ti mostrano molto altro dietro questo ”bastardo”. Ed è questo personaggio che comincia a prendere piede l’aspetto politico del film: ”Tutti i bastardi meritano di essere impiccati, ma i gran bastardi sono quelli che impiccano”. Nel doppiaggio italiano questa frase è stata un po’ snaturata, perché se non ricordo male era un discorso ridondante simile a questo “Solo i veri bastardi devono essere impiccati, ma i veri bastardi devono essere impiccati”. Non ha alcun senso, o almeno, non mantiene il senso che Tarantino voleva dargli. Nella sceneggiatura è un chiaro riferimento alla giustizia che un uomo può farsi. Il tema viene infatti approfondito nel corso dei dialoghi da un altro personaggio: Oswald Mobray, interpretato magnificamente da Tim Roth. Il suo ruolo è il Boia delle contee, infatti avrebbe dovuto giustiziare Daisy quando la tempesta sarebbe cessata e avrebbero fatto ritorno nella città Red Rock. Lui fa un discorso che si muove su un binario parallelo, ossia la giustizia e la giustizia di frontiera: nel primo caso è il boia a uccidere la condannata, nel secondo caso i cari della vittima catturano l’assassino e lo uccidono in giardino. Anche quella è giustizia, ma per chiamarsi tale la giustizia ha bisogno di una figura neutrale, di una figura che non ha interesse a togliere una vita, che forse neanche conosce le motivazioni di quella esecuzione e che neppure gli interessano. Solo quando la figura è neutrale può definirsi giustizia. Ed analizzando la frase di Ruth è questo il significato che può identificarsi: Ci sono persone così orribili e perfide che meritano oggettivamente di morire, di non essere più parte integrante di questo mondo. Se tu, tuttavia, uccidi queste persone per i crimini che hanno fatto, non solo non sei migliore di loro, tu sei una persona molto peggiore di loro. Questa è la chiave politica che io ho letto, infatti la pellicola si trascina, in maniera un po’ amara, con una profonda morale finale: Uccidi, ti vendichi dell’odio che provi, spezzi vite a persone che hanno spezzato vite atrocemente… e poi? A cosa serve questo? A nulla perché ti trovi a morire con atroci sofferenze tra montagne desolate. Soddisfatto della tua vendetta, ma perdendo comunque ogni cosa. Questo è l’aspetto sempre più politico di Tarantino in questo film. Per non parlare del razzismo che lo stesso Tarantino cerca di smorzare assieme a Samuel L. Jackson. Infatti l’uomo di colore è continuamente chiamato ‘negro, negro, negro’. Lo stesso Ruth si sente tradito per una bugia detta a fin di bene da Marquis Warren che poi gli fa un discorso semplice per fargli comprendere come il colore della sua pelle sia un problema in un’America che sta affrontando un periodo di poco successivo alla guerra civile. Di come un ‘nero’ sia al sicuro solo quando un ‘bianco’ è disarmato e di come quella stessa bugia sia stata essenziale per salvargli la vita. La narrazione politica, benché formulata ottimamente in un contesto western è davvero molto percepibile.


I colpi di scena non sono mai prevedibili, MAI. La prevedibilità è soggettiva, ma io posso dire di essere entrato nella sala con alcune supposizioni e di non essere riuscito a prevedere, a conti fatti, proprio nulla. Il trailer è stato montato e impacchettato come un regalo di Natale perfetto, ha aiutato a capire la trama ma non ha anticipato niente. Queste supposizioni sono state del tutto capovolte nel corso della narrazione. Il trailer è capace di dare delle buone premesse, solo quello. Tutto ciò che capita su quelle premesse per me è stato del tutto imprevedibile. Ogni personaggio è importante per il decorrere della trama, ogni elemento lascia piccoli indizi qua e là ma alla fine tutto torna, chiudendo un cerchio perfetto. Viene tutto spiegato nel dettaglio, un serie di conclusioni così squisitamente confezionate su quelle premesse che vengono fornite allo spettatore a piccole dosi. Che dire? Ho amato ogni cosa.

Potrei parlare davvero per ore e ore di Tarantino così come di questa singola pellicola, ma credo di aver fatto un quadro generale completo delle informazioni più importanti. Ritengo questo film un capolavoro. Ha i suoi difetti, c’è poco da fare, ma a volte un elemento negativo può presentarsi, per taluni aspetti, come un’inaspettata miglioria. Così è stato “The Hateful Eight”. Concludendo questa recensione, io lo reputo un capolavoro assoluto, ma questo è il mio soggettivo parere ed è sbagliato crearvi delle aspettative che potreste non condividere. Se amate lo stile di Tarantino, se amate le costruzioni lente e progressive, se amate analizzare i fatti attraverso una chiave di lettura profonda, è il film che fa per voi. Il voto forse più adatto per questo film è 9.

Alla prossima

Tony K.L. Foster

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