Speciale Tarantino #1: Le Iene

Rubrica speciale dedicata a Tarantino in vista dei suoi 53 anni. Si parte con Le Iene

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Il 27 Marzo è stato un giorno di festa in tutto il mondo: ognuno ha gustato il proprio agnello, i più piccoli (e chi tra loro si spaccia, nonostante i propri ventisei anni suonati) hanno aperto le uova di cioccolato e giocato con la sorpresa. La sorpresa più grande l’ho ricevuta a sera inoltrata, venendo a conoscenza delle 53 candeline spente dal signor Tarantino su una torta – probabilmente a forma di cervello spappolato, conoscendo il suo stile. In una opinione prevalentemente soggettiva e personale, Tarantino è qualcosa che va oltre l’immaginario comune; scrissi un articolo tempo fa in cui lo definii “Divinità della Cinepresa” e non ho mai cambiato idea a riguardo, anzi, col tempo si è addirittura rafforzata. Ho deciso di fare un elogio al il mio più grande mito cinematografico, tratterò le sue opere in maniera totalmente oggettiva ma, dal momento che sarà una rubrica speciale e di breve durata, mi riserverò la possibilità di integrarlo con analisi soggettive.

In maniera un po’ scorretta, ho deciso di partire da “The Reverse Dog”, “Le Iene”. Dico un po’ scorretta perché, tra le sue opere, è quella che probabilmente è piaciuta di più a tutta la sua schiera di “seguaci”. Parlando di “The Reverse Dog” la prima cosa che si nota è un cast esemplare, perché Tarantino non ha mai utilizzato attori che non valorizzassero le sue opere. Anzi, da questo punto di vista si può quasi definire abitudinario nelle sue scelte. Tra i nomi di maggior rilievo, in questo film abbiamo: Micheal Madsen, che lavorerà negli anni a venire con lo stesso Tarantino in “Kill Bill” e “The Hateful Eight”. In quest’ultimo ritroveremo anche Tim Roth, che aveva collaborato col regista anche per “Pulp Fiction”. I Roth sono una garanzia e il padre è stato raggiunto dal figlio Eli Roth in “Bastardi senza gloria”. Sono due attori che, ad onore del vero, ammiro particolarmente. Comunque sia, ciò è detto per fare un esempio di come a Tarantino piaccia richiamare gli attori che ha già scelto in passato. Potrei parlare a lungo degli esclusi, ma potrei anche parlare per ore di Tarantino, dunque preferisco limitarmi a questi esigui riferimenti.

Regia e scenografia, io non posso che ritenerla esemplare, non credo sia possibile trovare difetti pur volendolo, anzi credo che abbia fatto scuola a riguardo. Ci sono alcune scene che valorizzano la maestria di Tarantino alla macchina da presa, quanto quella da scrivere. Il film è narrato con una serie di flashback, dei capitoli titolati in stile “Pulp Fiction” che vanno ad approfondire una trama davvero complessa. Le psicologie dei protagonisti, almeno i principali e i secondari, sono un’opera d’arte. Sono dell’opinione che una buona caratterizzazione psicologia ti porti a metà dell’opera, ma qui siamo ad un livello di gran lunga successivo. I protagonisti sono totalmente differenti l’un dall’altro e si completano a vicenda. Il calcolatore, l’approfittatore, Mr. Orange accompagnato da una magistrale interpretazione di Tim Roth…

Il doppiaggio non è da buttare, ma in lingua originale le urla, i movimenti e l’immersione sono da brividi… E poi c’è il folle, Mr. Blonde. Con Mr. Blonde trapela la totale cattiveria di questa pellicola, una crudeltà diversa dalle stragi viste in “Kill Bill”, una cattiveria sadica, spietata. Per ritornare alla maestria di Tarantino alla cinepresa e alla sceneggiatura, voglio rivelare un piccolo flashback che posso utilizzare come esempio, ossia quando Mr. Blonde esce di prigione e viene contattato dal boss. Il focus della macchina da presa è interamente su di lui, successivamente entra il figlio del boss ed inizia a giocare con il primo. Ridono, scherzano, si picchiano a vicenda senza mai abbandonare quell’atmosfera leggera che ha cominciato a respirarsi dall’ingresso di Chris Penn, fratello compianto di Sean Penn. Tarantino non fa alcuna menzione del rapporto antecedente tra i tre, eppure si capisce perfettamente che sono cresciuti insieme, che il Boss riprende entrambi come farebbe un padre coi suoi figli. È esattamente questo che definisce la maestria di Tarantino, che in questo film accompagna lo spettatore tra il detto e il non detto. Non rivela tutto, lo suggerisce in maniera lineare nonostante il film presenti il più intrigante degli intrecci.

I salti temporali dei vari capitoli sono spezzati da una stazione radio che si inserisce perfettamente nel contesto e smorza, talvolta, la tensione, guidando con maestria e grazia i protagonisti verso il risultato finale di questa pellicola. Non mi soffermerò sulla trama, perché è un piccolo gioiellino che va gustato nella sua interezza e non è giusto rivelarvi dei dettagli che potrebbero rovinarla. La complessità del film si percepisce dall’istante introduttivo, una complessità piacevole che scivola come olio, intervallata da quella perfidia che si svela a tratti e sempre solo accennata – eppure è stata censurata di una ventina di minuti nella versione cinematografica italiana. Rimane uno stile che non tutti possono gradire, ma è anche vero che Tarantino o si odia o si ama proprio per il suo stile!

Concludo con una piccola curiosità. Inizialmente il regista aveva pensato di girare questo film con un budget ridottissimo, trenta/quarantamila dollari. La sceneggiatura venne letta da Harvey Keitel, che nel film interpreta Mr White, uno dei personaggi principali (per tornare al discorso sui Tarantino’s Angels, Keitel aveva già lavorato in passato con il regista, in Pulp Fiction. Il signor Wolf, l’uomo che risolve ogni problema.), la quale gli piacque così tanto da aumentarne il capitale per produrlo. È un film che, almeno una volta nella vita, dovreste vedere. Il secondo motivo è ancor più ovvio del primo: è un’opera di Tarantino!

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