Assassin’s Creed Il Film – Primo Trailer Ufficiale

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Il trailer qui

La 20Century Fox, dopo aver sollecitato a lungo la curiosità dei fan con una carrellata di immagini, ha finalmente pubblicato il nuovo Trailer di questo film. Se è vero che non si dovrebbe mai giudicare un film dal trailer perché, nel bene o nel male, i trailer hanno lo scopo di tentare e ingannare (e a volte neppure ci riescono), qui le prime immagini sorprendono e lo fanno pure in positivo. Un film tanto atteso che si distacca dalla saga video ludica principale, da quanto è stato dichiarato (e da quanto si può vedere dalle immagini); un vantaggio che offre una manovra di azione più ampia e meno vincolata. La trama ripercorrerà l’inquisizione spagnola e il protagonista si chiamerà Callum Lynch, da quanto dichiarato dagli studios della Fox. Mi sono piaciuti i giochi di luce e i colori, mi sono piaciuti i vari occhiolini strizzati ai fan nel corso dei due minuti che hanno dato mano mano una serie di informazioni utili e vaghe per tenere (se non addirittura esaltare) i fan e incuriosire chi non conosce i capitoli della serie. La CGI ben utilizzata, ma non mi aspettavo diversamente dato il budget speso e in fin dei conti c’è poco da aggiungere su queste prime immagini se non che sono davvero curioso di vedere di più. Sinceramente mi ha colpito e lo ha fatto in positivo; consiglio a chi non conosce il marchio “Assassin’s Creed” di prestare attenzione alle immagini che verranno successivamente rilasciate, in quanto è un tipo di storia che potrebbe colpire e conquistare chiunque. Micheal Fassbender, poi, è il solito asso della manica di ogni regista e sceneggiatore

The Jungle Book – Quando la Disney gioca bene con la psicologia

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Il messaggio che molto spesso la Disney vuole lasciare è quasi sempre lo stesso; è raccontato di volta in volta in maniera differente, contestualizzato a seconda dell’argomento narrato, ma è evidente che la Disney affronti sempre il tema della diversità e del disagio sociale. Essa cerca di parlare ai giovani per far comprendere loro come uno specifico problema discriminatorio sia irrilevante, perché l’importante è essere quel che siamo a prescindere da ciò che ci circonda. Non voglio soffermarmi su questo punto, per quanto il punto di forza della Disney sia saperlo ben programmare e ancor meglio utilizzare; il mio principale focus è sulla capacità di creare una profonda psicologia nei protagonisti dei suoi film. Specialmente voglio soffermarmi su uno dei classici che ho di gran lunga preferito: il Libro della Giungla.

Prima ancora di iniziare, mi preme specificare che io non sono un appassionato Disney, preferisco il roditore perfido e malefico della Warner Bros. Comprendo perfettamente che i traumi emotivi dei primi dieci minuti esistono per fini ben più profondi di quelli che possono sembrare, ossia plasmare una certa dose di empatia nei “cuccioli d’uomo”; un obiettivo che, a mio parere, viene raggiunto cadendo molto spesso nel sadismo emotivo.  Comunque sia, ciò non significa che non riesca ad apprezzare il contenuto della narrazione. Questo perché un altro punto di forza della Disney è saper ben utilizzare e contestualizzare la caratterizzazione e la psicologia dei propri personaggi in maniera invidiabile da parte di chi, come me, ama creare storie. Inutile negare che se i bambini guardano un film Disney (oltre per costrizione dei genitori) è perché si identificano in eroi o principesse, ma molto spesso sono i grandi a comprendere a fondo le varie sfaccettature. In questo articolo ho intenzione di scomporre i protagonisti del mondo antropomorfizzato della Disney per cercare di comprendere le loro sfumature, tenendo un occhio di riguardo per il lungometraggio animato (nonostante consigli vivamente il revival ancora nelle sale e i racconti di Rudyard Kipling).

Partiamo da Shere Khan. È un cattivo che ha tutte le motivazioni di questo mondo per comportarsi come tale, fino al punto da chiedersi se sia lui il vero cattivo della storia. Non nego che non sia temuto e men che meno può dirsi che non sia pericoloso, ma la verità è che nella giungla o sei cacciatore o sei preda e tutti gli animali sono consapevoli di appartenere ad una delle due categorie. Questo, tra il detto e il non detto, è qualcosa che gli adulti capiscono immediatamente, i bambini ci arriveranno solo con gli anni. Per quanto mi riguarda, la cattiveria di Shere Khan è ben motivata dal terrore che ha degli uomini e del fuoco capace di distruggere ogni cosa con una scia che velocemente si estende attraverso ferite che vengono aperte tra gli alberi. Ancora si percepisce, senza che sia esplicitato, quanto l’uomo possa essere sterminatore e quanto gli animali, secondo quel che potrebbe avvicinarsi maggiormente al loro punto di vista, possano temere la sua creatività e la sua distruttività. Tale creatività è desiderata dagli umani, mirata ad uccidere e spaventare ed è per questo che Khan li teme, perché capaci di uccidere anche per il solo gusto di farlo. Qui la strizzatina d’occhi è rivolta al triste problema del bracconaggio, inutile girarci attorno, un problema che agli occhi di una tigre è mirata al piacere della distruzione. Chi è capace di comprendere il problema – e di certo un bambino non ha sufficienti informazioni per riuscirci – può dire che si comincia a delineare un bel quadro psicologico della tigre. Tale quadro si chiude quando lotta contro Baloo (o anche Bagheera nel revival). Non è la morte che cerca, bensì tenta di raggiungere il cucciolo d’uomo con qualsiasi mezzo, passando (se deve) anche attraverso l’assassinio degli animali della foresta. Questo perché nel lungometraggio, pur uccidendo per fame e con evidente piacere, lui rispetta la legge degli animali. Proprio per tutte queste motivazioni dichiarate o velate, si pone tra i personaggi più dettagliati e complessi dell’intera trama.

Re Luigi, la personalità; lui è il mio preferito in assoluto. A differenza del lungometraggio animato, nel revival è mastodontico e minaccioso, quando canta sembra quasi grottesco, ma io lo preferisco di gran lunga nella versione infima e subdola che il cartone animato ci presenta. Manipolatore, all’inizio cerca di ingraziarsi il cucciolo d’uomo con doni e simpatie… tutto per mettere le zampe sul segreto del rosso fuoco, facendo orecchie da mercante quando Mowgli gli dice di non conoscerne la preparazione. Tra le righe, Re Luigi svela la sua natura spietata. Cosa sarebbe successo se il cucciolo d’uomo non fosse stato salvato da Bagheera e Baloo? Re Luigi avrebbe ancora esibito il lato della medaglia più amichevole e stupido, nonostante il cucciolo d’uomo continuasse a non rivelargli il segreto tanto bramato? Per comprendere Re Luigi, basta ascoltare le parole che canta al ragazzo quando quest’ultimo gli confessa di non conoscere il segreto del rosso fuoco:

Adesso noi abbiamo un patto

E Tanto insisterò che mi dirai

quel che tu sai e il fuoco io farò

E cucciolo d’uomo bada,

ora parlerai perché

Dovrò imparar che cosa far

per essere come te

Si ostina a parlare di patti, quando il cucciolo d’uomo non capisce neppure di cosa ciancia, gli dice/canta chiaramente che insisterà fino a quando non gli dirà quello che dà per scontato lui sappia. Per me, questo personaggio è una vera bellezza per com’è strutturato e, nonostante sia presente per cinque minuti scarsi, si sente totalmente il peso della sua importanza nella giungla. D’altronde: Lui è nella giungla ormai una personalità … e un manigoldo, come lo chiama Bagheera!

Bagheera, per l’appunto, assieme al resto dei personaggi è semplicemente fatto bene. Per quanto sia elegante nel suo portamento, nobile, è un personaggio che insieme al serpente Kaa (di cui preferisco di gran lunga la versione femminile e ben più tentatrice) o all’orso Baloo o anche al branco di lupi, mantiene degli standard qualitativi che uno si aspetterebbe da quel preciso animale in una eventuale e ipotetica situazione x. Come si comporterebbe un pitone in quella situazione? E come si comporterebbe un orso che si affeziona ad un cucciolo “non suo” al punto da difenderlo fino a rischiarne la vita? E come fa a provare quelle emozioni se il ragazzo parte come procacciatore di cibo? E i lupi? Come si comporterebbe un branco di lupi che vuole difendere quello che è considerato a tutti gli effetti il loro cucciolo? Per non parlare degli avvoltoi, altri personaggi sottovalutati di cui vengono presi in considerazione anche i sentimenti, nonostante siano dei iettatori nati che attendono solo il momento più propizio, un lato che mai li abbandona realmente.

Il punto è che a queste domande le risposte che dà la Disney sono buone perché in una situazione (irrealistica) come quella designata, è probabile si comportino esattamente così. Ciò significa che ad ogni plausibile domanda, la Disney riesce a dare una risposta chiara, concisa e interessante rispetto alla caratterizzazione dei propri personaggi. Risultato che non è così facile come sembrerebbe e si rivela estremamente attraente per i motivi già detti sopra.
Un ultimo appunto mi preme farlo sugli
elefanti della giungla; chi ha visto il revival della Disney ha compreso maggiormente quello che veniva detto sottovoce nel cartone animato, ossia: mastodontiche creature da cui tutti si tengono alla larga. Sono capaci di plasmare la terra con il loro passo, dei veri e propri architetti della natura da cui anche Sheere Khan si tiene lontano. Quindi il film sopperisce alla mancanza di informazioni date, ma più volta suggerite, proprio nel lungometraggio animato.

Ad essere sinceri, il film live action credo approfondisca molti lati della narrazione, motivo per cui Re Luigi è stato mutato in minaccioso e dittatoriale, motivo per cui il ruolo degli elefanti è stato spiegato con più attenzione e sono state rese più evidente alcune azioni che prima solleticavano l’interesse dei più attenti, ma restavano dei vaghi suggerimenti che, se non colti, si perdevano nel vuoto. Paradossalmente il film è più adulto, ben godibile dai bambini e dagli adulti, ma credo che gli adulti apprezzeranno i suggerimenti velati del cartone più di quanto farebbe il pubblico più giovane. D’altronde, si sa, la Disney riesce a giocare con emozioni in maniera semplice ed esemplare, dunque il marchio che presenta il prodotto non è sinonimo di qualcosa che non possa essere gradito tutti!

Lui è tornato – Opinioni sul film

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Cosa succederebbe Se Hitler tornasse tra noi? È una domanda che si adegua perfettamente ai giorni nostri. Non vorrei portare fare un discorso politico, eppure è su questo aspetto che verte il film. In apparenza una commedia, dal trailer sembra esilarante e lo è, scivola via come olio nonostante i difetti che la pellicola presenta, perché ne presenta. La chiave di lettura, tuttavia, qual’è? La chiave principale è quella che la premessa ci offre, ossia, in tempi crudi e violenti come quelli attuali, molto vicini a guerre, con gli stranieri che vengono guardati con diffidenza, cosa succederebbe se Hitler tornasse oggi tra noi?

A rispondere a questo quesito è stato Timur Vermes, con il suo libro “Er ist Wieder da”, ossia: “Lui è tornato”. Non ho avuto il piacere di mettere le mani sul testo, ammetto che lo avrei preferito di gran lunga perché un film non permette l’immersione che, invece, un buon libro è capace di fornire, quindi mi limito ad analizzare il film che ho comunque particolarmente apprezzato. Non è una vera e propria recensione, piuttosto una serie di opinioni, perlopiù positive, in riferimento a quest’opera. Dunque: “Lui è tornato” è diretto da David Wnendt e interpretato da un interessante Oliver Masucci, che per impersonale Hitler ha studiato gli scritti del dittatore, i dialoghi al pubblico, è ingrassato di venti chili e per evitare aggressioni girava sempre con dei bodyguards. Per quanto mi riguarda sembrava davvero di avere dinanzi il führer. Il film ha avuto un grandissimo successo, al punto da riproporlo al cinema fino a venerdì 29 aprile 2016. Consiglio di mobilitarvi per vedere questo film, ma Netflix dovrebbe sopperire la mancanza nel caso non riusciate a gustarvi la pellicola al cinema, perché è attualmente in streaming anche sulla piattaforma online.

Il primo problema per questa pellicola, senza girarci troppo attorno, sono state le critiche italiane. Ho letto commenti che mai avrei voluto leggere, piuttosto avrei preferito lavarmi la faccia con l’acido. Potrei citare anche i nomi di queste cime, ma non è qualcosa che farò. Diciamo che sono di facile reperibilità nel caso abbiate Facebook, perché il film è stato più volte pubblicizzato in queste settimane: se vedete un link con migliaia di like vi consiglio di aprire i commenti e farvi un giro. In breve, la maggior parte di queste dichiarazioni, affermavano che il film fosse un’apologia al nazismo, che non avrebbero mai visto questo film solo per non darla vinta alle multinazionali che voglio intrattenerci e farci passare per simpatico un dittatore. Purtroppo, in cuor mio, so che questa gente era del tutto seria nel dire queste frasi e questo mi turba parecchio, specie perché i commenti sono ben peggiori di questi che, ahimè, sono i soli che ricordo e di certo c’erano di ben peggiori.

A queste persone io suggerisco di andare a vedere il film e seguirlo con un occhio oggettivo, senza manifestare troppo la loro posizione politica, perché se riusciranno ad arrivare all’ultima frase di questa pellicola, capiranno che la critica è molto più pesante di quanto possa sembrare. È chiaro, un trailer non deve dire tutto, ciò che si vede strappa qualche sorriso, ma come si può parlare di ironia “a favore” del führer? Semmai satira e neppure quella, perché la critica formulata è davvero più amara di quanto potessi mai immaginare e ciò avviene nell’ultimo quarto d’ora, di botto e in maniera del tutto inaspettata, quando comincia ad entrare nel film il discorso sugli ebrei che dall’inizio è stato strategicamente evitato. C’è un accordo tra Hitler ed una rete trasmittente, il discorso “ebrei” era un argomento che non sarebbe dovuto mai emergere, coperto da un veto consensuale tra i protagonisti, perché scomodo. Questo perché, nel film, Hitler fa una vera e propria scalata al potere per ingraziarsi il popolo e lo fa sapendo che il mondo crede sia solo un buon attore, facendo buon viso a cattivo gioco per conquistarsi il pubblico, accettando consciamente questo ruolo apparente per arrivare a obiettivi ben peggiori… Perché i tempi sono maturi, per citare una frase del film.

Il film muove una critica pesantissima alla realtà dei giorni nostri. Come ho già detto, non voglio portare il discorso sul piano politico, ma è necessario almeno comprendere il punto principale. Viviamo in una società orribile, viviamo in una società in cui la gente si fa scoppiare in aria uccidendo centinaia di persone nel nome di un Dio, viviamo sotto minaccia ed è recente la dichiarazione dei servizi segreti che ha affermato la presenza di cellule terroristiche nel territorio italiano, tedesco e inglese, oltre che francese e belga. Il film, in un certo senso, punta proprio su questo, sulle debolezze e sulle paure degli uomini; ripercorre un po’ l’ascesa al potere del führer, ossia tutti lo deridono eppure riesce a conquista tutti in maniera inaspettata; perché tutti pensano ciò che lui dice apertamente. Ci sono alcuni discorsi interessanti che l’attore è riuscito a rendere veramente bene in alcuni punti della trama. C’è un discorso, che credo sia stato molto impegnativo per lo stesso Masucci, su quanto la politica vada male mentre ci lasciamo rintronare da stupidaggini, su come ci nascondono “l’abisso” con programmi televisivi di cucina per sopperire alle mancanza di informazioni, per assopirci ogni giorno di più e farci dimenticare i veri problemi della nazione, informazioni scomode a cui il popolo è meglio non faccia attenzione. Da questo preciso punto la storia comincia a prendere il suo ruolo di denuncia ed è un crescendo continuo.

Mi aspettavo un film satirico e a tratti divertente, tra le mani ho avuto un film che per i soli dieci minuti finali ha cancellato tutte le risate che mi hanno provocato nell’ora e mezza precedente. Perché si ride e ogni risata non è stata mai forzata, ma non è la sola sensazione che questo film vuole trasmettere. Certo, si parla di un film a suo modo politico e non di una commedia, quindi le risate sono sempre ben contestualizzate; ho avvertito un continuo crescendo fino a raggiungere un picco massimo con la citazione che il regista ha fatto al film “La Caduta” di David Wnendt, la famosa scena abusata su Youtube (ma sempre comica) rifatta a seconda del programma televisivo. Da lì, in maniera inversamente proporzionale, si smette di ridere fino a sentire quel mattone sullo stomaco pesare sempre di più.

Non ho intenzione di fare una critica approfondita perché questo film è da gustare, da ridere al momento giusto e riflettere al termine della riflessione finale; vi consiglio caldamente di vederlo. Tolto alcune sbavature della regia e alcuni punti un po’ noiosi sul personaggio secondario che, premetto, non saranno duraturi, questo film potrebbe quasi raggiungere la perfezione ed io sono restio a dare il voto massimo a qualsiasi cosa. Vivere un film è soggettivo e per questo motivo è difficile dargli un dieci pieno, specie con questi piccoli problemi tecnici. Diciamo che per quanto mi riguarda, per ciò che mi ha lasciato, assegno a questo film:

Dieci, senza questi difettucci da poco

Nove nel complessivo.

Speciale Tarantino #1: Le Iene

Rubrica speciale dedicata a Tarantino in vista dei suoi 53 anni. Si parte con Le Iene

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Il 27 Marzo è stato un giorno di festa in tutto il mondo: ognuno ha gustato il proprio agnello, i più piccoli (e chi tra loro si spaccia, nonostante i propri ventisei anni suonati) hanno aperto le uova di cioccolato e giocato con la sorpresa. La sorpresa più grande l’ho ricevuta a sera inoltrata, venendo a conoscenza delle 53 candeline spente dal signor Tarantino su una torta – probabilmente a forma di cervello spappolato, conoscendo il suo stile. In una opinione prevalentemente soggettiva e personale, Tarantino è qualcosa che va oltre l’immaginario comune; scrissi un articolo tempo fa in cui lo definii “Divinità della Cinepresa” e non ho mai cambiato idea a riguardo, anzi, col tempo si è addirittura rafforzata. Ho deciso di fare un elogio al il mio più grande mito cinematografico, tratterò le sue opere in maniera totalmente oggettiva ma, dal momento che sarà una rubrica speciale e di breve durata, mi riserverò la possibilità di integrarlo con analisi soggettive.

In maniera un po’ scorretta, ho deciso di partire da “The Reverse Dog”, “Le Iene”. Dico un po’ scorretta perché, tra le sue opere, è quella che probabilmente è piaciuta di più a tutta la sua schiera di “seguaci”. Parlando di “The Reverse Dog” la prima cosa che si nota è un cast esemplare, perché Tarantino non ha mai utilizzato attori che non valorizzassero le sue opere. Anzi, da questo punto di vista si può quasi definire abitudinario nelle sue scelte. Tra i nomi di maggior rilievo, in questo film abbiamo: Micheal Madsen, che lavorerà negli anni a venire con lo stesso Tarantino in “Kill Bill” e “The Hateful Eight”. In quest’ultimo ritroveremo anche Tim Roth, che aveva collaborato col regista anche per “Pulp Fiction”. I Roth sono una garanzia e il padre è stato raggiunto dal figlio Eli Roth in “Bastardi senza gloria”. Sono due attori che, ad onore del vero, ammiro particolarmente. Comunque sia, ciò è detto per fare un esempio di come a Tarantino piaccia richiamare gli attori che ha già scelto in passato. Potrei parlare a lungo degli esclusi, ma potrei anche parlare per ore di Tarantino, dunque preferisco limitarmi a questi esigui riferimenti.

Regia e scenografia, io non posso che ritenerla esemplare, non credo sia possibile trovare difetti pur volendolo, anzi credo che abbia fatto scuola a riguardo. Ci sono alcune scene che valorizzano la maestria di Tarantino alla macchina da presa, quanto quella da scrivere. Il film è narrato con una serie di flashback, dei capitoli titolati in stile “Pulp Fiction” che vanno ad approfondire una trama davvero complessa. Le psicologie dei protagonisti, almeno i principali e i secondari, sono un’opera d’arte. Sono dell’opinione che una buona caratterizzazione psicologia ti porti a metà dell’opera, ma qui siamo ad un livello di gran lunga successivo. I protagonisti sono totalmente differenti l’un dall’altro e si completano a vicenda. Il calcolatore, l’approfittatore, Mr. Orange accompagnato da una magistrale interpretazione di Tim Roth…

Il doppiaggio non è da buttare, ma in lingua originale le urla, i movimenti e l’immersione sono da brividi… E poi c’è il folle, Mr. Blonde. Con Mr. Blonde trapela la totale cattiveria di questa pellicola, una crudeltà diversa dalle stragi viste in “Kill Bill”, una cattiveria sadica, spietata. Per ritornare alla maestria di Tarantino alla cinepresa e alla sceneggiatura, voglio rivelare un piccolo flashback che posso utilizzare come esempio, ossia quando Mr. Blonde esce di prigione e viene contattato dal boss. Il focus della macchina da presa è interamente su di lui, successivamente entra il figlio del boss ed inizia a giocare con il primo. Ridono, scherzano, si picchiano a vicenda senza mai abbandonare quell’atmosfera leggera che ha cominciato a respirarsi dall’ingresso di Chris Penn, fratello compianto di Sean Penn. Tarantino non fa alcuna menzione del rapporto antecedente tra i tre, eppure si capisce perfettamente che sono cresciuti insieme, che il Boss riprende entrambi come farebbe un padre coi suoi figli. È esattamente questo che definisce la maestria di Tarantino, che in questo film accompagna lo spettatore tra il detto e il non detto. Non rivela tutto, lo suggerisce in maniera lineare nonostante il film presenti il più intrigante degli intrecci.

I salti temporali dei vari capitoli sono spezzati da una stazione radio che si inserisce perfettamente nel contesto e smorza, talvolta, la tensione, guidando con maestria e grazia i protagonisti verso il risultato finale di questa pellicola. Non mi soffermerò sulla trama, perché è un piccolo gioiellino che va gustato nella sua interezza e non è giusto rivelarvi dei dettagli che potrebbero rovinarla. La complessità del film si percepisce dall’istante introduttivo, una complessità piacevole che scivola come olio, intervallata da quella perfidia che si svela a tratti e sempre solo accennata – eppure è stata censurata di una ventina di minuti nella versione cinematografica italiana. Rimane uno stile che non tutti possono gradire, ma è anche vero che Tarantino o si odia o si ama proprio per il suo stile!

Concludo con una piccola curiosità. Inizialmente il regista aveva pensato di girare questo film con un budget ridottissimo, trenta/quarantamila dollari. La sceneggiatura venne letta da Harvey Keitel, che nel film interpreta Mr White, uno dei personaggi principali (per tornare al discorso sui Tarantino’s Angels, Keitel aveva già lavorato in passato con il regista, in Pulp Fiction. Il signor Wolf, l’uomo che risolve ogni problema.), la quale gli piacque così tanto da aumentarne il capitale per produrlo. È un film che, almeno una volta nella vita, dovreste vedere. Il secondo motivo è ancor più ovvio del primo: è un’opera di Tarantino!

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Seconda stagione Daredevil – Opinioni (NO SPOILER)

La seconda stagione di questa serie tv è stata entusiasmante. Qui le mie opinioni

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Mi preme specificare subito che non sarà una vera e propria recensione della serie televisiva prodotta dalla Marvel Studios e trasmessa su Netflix, bensì una serie di considerazioni personali che potrebbero essere non condivisibili, in quanto totalmente soggettive. Non mi soffermerò sulla regia, che è una piccola opera d’arte, né mi soffermerò sulle luci che dipingono sempre un’ambientazione cupa; mi soffermerò sul contesto e sugli spunti dati (o tolti), ma assicuro che non ci saranno spoiler (salvo quelli pubblicati attraverso poster ufficiali e trailer).

A mio parere, la stagione che Netflix ha da poco trasmesso non è all’altezza della precedente. Quando c’è troppa carne a fuoco, si rischia di bruciarla. Questo è stato il problema principale; hanno voluto gestire la storia del Punitore e hanno inserito poi Elektra. Il nesso dovrebbe essere Daredevil, ma si vede da subito che il collegamento non è facile dato che i due personaggi secondari mai si incontrano e proseguono su strade parallele. Avrei preferito una storia incentrata o sul Punitore o su Elektra, hanno deciso di inserire entrambi, ma non credo siano riusciti a gestirli adeguatamente. Insomma: il ragazzo è intelligente, ma non s’impegna…

Ho trovato, come nella prima stagione, un Daredevil caratterizzato perfettamente, il quale ha una crescita costante nel corso della trama e che al tempo stesso è sempre messo in secondo piano da personaggi ancor più carismatici di lui. Non è una cosa negativa: è come avere un ottimo personaggio (accompagnato anche da una magistrale interpretazione) ma tale personaggio è circondato dalla perfezione. Fisk nella prima serie non era la perfezione, eppure a suo modo era più carismatico di Murdock. In questa seconda stagione succede praticamente lo stesso: mi piace Daredevil come personaggio, ma non facevo altro che attendere The Punisher e, in sua mancanza, aspettavo Elektra. Non saprei definire il perché, Matt Murdock è scritto bene, si sviluppa alla grande e in definitiva Daredevil mi piace. Credo che sia una conseguenza del personaggio, che si muove tra la linea sottilissima di bene e male, è buono al tal punto da risultare cattivo. Il contesto scorre sempre su questo confine, il buono che deve essere cattivo con i criminali al punto da sembrare cattivo e il cattivo che agisce per un bene comune, almeno su loro convinzione, al punto da credersi quasi buono. I termini buono/cattivo sono usati solo nella prima stagione, ma qui vengono richiamati senza farne mai menzione.

La linea è così sottile da non comprendere spesso quale sia il bene e quale sia il male. Questo si è visto per tutta la prima stagione e lo si vedrà ancora nella seconda, tuttavia è proprio questa demarcazione a rendere gli antagonisti e i comprimari così interessanti: si vuole capire da che parte della linea si troveranno alla fine.

Gli sceneggiatori ci riescono alla perfezione, forse è questo il motivo per cui Matt Murdock non è così egocentrico da sovrastare gli altri (più importanti), nonostante la bellezza del personaggio. Questi dubbi non si pongono con Foggy, suo compare da sempre, che personalmente a me piace. Anche lui ha una buona crescita, anche lui si sviluppa psicologicamente in questa stagione; chi non mi è piaciuta nella prima serie e ancor meno nella seconda è Karen Page, la segretaria dello studio.

Ritengo che la sceneggiatura sia quasi perfetta, i personaggi quasi tutti ben scritti e lei rovina terribilmente questa perfezione. Non so perché, mi sembra una bambina capricciosa, curiosa e fin troppo stupida. Non comprendo il motivo del focus che le viene dato quando i due avvocati sfoderano un arringa con i fiocchi, non comprendo perché abbia tutta questa importanza (ma probabilmente neppure gli sceneggiatori lo comprendono), si rende utile a tratti, è terribilmente irritante in altri. In questa stagione ci sarà carne al fuoco anche a causa sua, troppa… decisamente troppa.

Mi è piaciuto il contesto del ‘punitore’, ho amato la sua storia (che in realtà conoscevo già, ma è stata scritta molto bene), ho adorato Elektra, sebbene non ami tanto ninja e compagnia bella e quindi parte della sua storia mi è risultata un po’ noiosa.

Hanno diminuito le ossa rotte, per la gioia di persone impressionabili. Tuttavia (forse sempre per loro gioia, immagino) sono aumentati i momenti creepy. Ed è un elemento positivo: la Marvel non è così innocente come sembra, è molto più oscura, molto più adulta, questa serie mantiene sicuramente le aspettative.

Come nella prima stagione, ci sono alcuni flashback, mai pesanti e sempre apparentemente incompleti, ma tali da concludersi nel corso della stagione. E poi… quando il Punitore indossa il suo costume caratteristico… brrr… Ultima nota: Frank Castle, interpretato da Jon Bernthal. La sua recitazione mi ha convinto parzialmente, dato che a tratti sembrava un rapper, ma solo quando non era fantastico. Non so, non ci sono state sfumature di grigio: o mi piaceva da morire o non riuscivo proprio a guardarlo. Nelle parti in cui è piaciuto, tuttavia, rompeva lo schermo!

Da questo punto di vista vedremo nelle prossime serie cosa succederà, quale personaggio tornerà e quale si prenderà una pausa. Intanto, per chi non conoscesse questa serie, consiglio di guardarla assolutamente. È un piccolo gioiellino, ben diverso dai film dedicati ai classici supereroi.

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Recensione Film #3: Legend

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PARTE NO SPOILER

Il candidato all’oscar Tom Hardy… e il candidato all’oscar Tom Hardy. Così annunciava il trailer, facendo comprendere forse fin troppo velocemente attorno a cosa questo film girasse: l’interpretazione fenomenale di Tom Hardy.
Il film è un adattamento cinematografico del libro di John Pearson “The Profession of Violence: The Rise and Fall of the Kray”, il quale narra di due gangster, due fratelli gemelli indissolubilmente legati tra loro, che crearono un impero sulla Londra degli anni sessanta. Le premesse erano eccellenti ed è stato un vero peccato sapere che Brian Hengeland, regista e sceneggiatore dell’opera, non sia riuscito a soddisfarle. Dispiace, perché le sue opere in precedenza hanno emozionato, hanno saputo colpire i punti giusti per intrattenere lo spettatore di grande e piccolo schermo e fargli sospendere il fiato per parecchi secondi per la tensione. 
Ho apprezzato come Hengeland abbia sceneggiato “Mystic River”, adattamento cinematografico del romanzo scritto da Dennis Lehane “La morte non dimentica”. Sono due opere che consiglio senza alcuna esitazione, dotate di una profondità che riesce ad angosciare il lettore (o lo spettatore, nel caso dell’opera cinematografica) fino al termine della narrazione, con colpi di scena piazzati nei momenti giusti ed anche con una certa eleganza. Non voglio scrivere un elogio a Lehane, potrei, ma preferisco scrivere qualcosa di più approfondito e specifico in un prossimo futuro. Non voglio sottrarre l’attenzione a “Legend”: qualche punto forte c’è, oscurato tuttavia da una pessima narrazione, il vero grande problema di questo film. Un vero peccato che tali premesse siano sprecate su una narrazione lenta e a tratti incongruente. La psicologia dei personaggi primari è ben sviluppata, soprattutto per quanto riguarda quella di Ronald Kray, che soffriva di schizofrenia paranoide; Reginald è scritto bene nella prima parte, nella successiva succedono alcune cose che mi hanno lasciato interdetto. Il film narra di una storia realmente accaduta, mi rendo conto che la realtà dei fatti ha portato questi eventi, ma questi eventi sono stati raccontati male, c’è poco da discutere. Ci ritornerò in maniera più approfondita nella parte spoiler.

Già dalle prime immagini è possibile apprezzare quella fotografia de-saturata che permette di immedesimarsi nella pungente umidità londinese che accompagna i protagonisti in ogni momento. Non ci sono vasti paesaggi da lasciare a bocca aperta, ma ho trovato i tagli di luce molti interessanti. Ci sono state opinioni differenti a riguardo, alcuni credono che non sia nulla di eccellente, ma io non sono d’accordo; dal mio punto di vista ho reputato la fotografia fondamentale per l’immersione nella trama, mi ha fatto immedesimare in quella Londra morta e viva al tempo stesso, morta di giorno e viva di notte.

La controparte femminile di questo film è Emily Browning nei panni di Frances Shea, il personaggio che incontreremo fin dai primi istanti del film e che ci guiderà nel corso della trama narrando le vicende che interessano lei e la relazione distruttiva che avrà con Reginald. Ci racconta la storia, ci racconta la sua evoluzione, le sue speranze, ci racconta i suoi dubbi e le sue paure e ci racconta più di quanto ci viene detto dei protagonisti. In qualche modo sporca un po’ quell’ambientazione gangster che si sarebbe dovuta respirare, nonostante venga da pensare, talvolta, che sia proprio l’ambientazione gangster a cozzare spesso e volentieri con la storia d’amore tra Reginald e Frances. Di questo aspetto parlerò nella parte spoiler, motivando perché la narrazione risulta essere un unico (pessimo) filo conduttore.

Un buono sviluppo accompagna i gemelli Reginald e Ronald, il secondo più del primo, ma a brillare non è il mondo dei gemelli: è chi li interpreta. Su Tom Hardy si potrebbe parlare a lungo: è un attore che mi è sempre piaciuto e mi sono piaciute complessivamente tutte le opere in cui ha recitato ma qui… qui è grandioso. Non è la prima volta che viene utilizzato un solo attore per recitare un ruolo gemellare né è la prima volta che i gemelli interpretati da un singolo attore sono differenziati, ma qui interpreta due persone completamente diverse! Non solo psicologicamente, ma pure fisicamente: Tom Hardy ci riesce. Non sembra vedere lo stesso attore recitare due ruoli differenti, l’impressione che viene data è che sullo schermo ci siano realmente due gemelli, tra loro simili, ma con marcate differenze che li contraddistinguono. Quando parlo di grande interpretazione di Tom Hardy mi riferisco non solo all’estetica differente tra Reginald e Ronald, non solo la capacità di saper interpretare due psicologie che per molti versi simili e per altri diametralmente opposte, parlo anche nel modo di parlare, di muoversi. Senza nulla togliere al doppiaggio italiano – che ho reputato eccellente – sono curioso di rivedere questo film in lingua originale proprio per gustarmi appieno l’interpretazione di Hardy, l’elemento principe che salva parzialmente questa pellicola.

Ora, avrei preferito unire l’aspetto tecnico e fornire una critica maggiore, ma questo film è una medaglia. Una delle due facce rivela aspetti puramente tecnici che rendono questo film di altissimi livelli; l’altra faccia distrugge ciò che di buono è stato fatto.

PARTE SPOILER:

Partiamo dai personaggi secondari: quasi del tutto inesistenti e, se presenti, ci sono solamente per riempire il film. In sala neppure avevo notato Paul Bettany, pur sapendo fosse presente. Vogliamo parlare della polizia? Dai primi istanti del film si deduce che i Kray sono strettamente sorvegliati dalla polizia, perché le prime immagini successive alla voce narrante di Frances ci mostrano proprio l’organo di polizia intento a sorvegliare Reginald Kray. Bene, io non ho mai avuto l’impressione che i gemelli si trovassero alle strette, non ho mai avuto l’impressione che fossero braccati. Perché utilizzare un attore del calibro di Christopher Eccleston (che interpreta il poliziotto incaricato di incastrare i Kray), metterlo lì di facciata senza svilupparlo e senza dargli l’importanza che avrebbe potuto meritare? Eccleston non è la prima volta che accetta ruoli che restano nell’oblio, nel dimenticatoio, che sviliscono il suo talento. Ad esempio Malekith in “Thor The Dark World”: un personaggio privo di profondità e di quella cattiveria che avrebbe potuto avere se fosse stato scritto bene. In “Legend” è uguale se non peggio, dato il numero contato di scene in cui ci viene mostrato. Posso parlare di Bettany, posso parlare di Eccleston, posso parlare dei politici che a stento si intravedono e posso parlare anche dei gangster omosessuali che Ronald si porta dietro, leggermente più sviluppati rispetto i primi, ma nemmeno così tanto. Hanno deciso di inserire uno scandalo politico, ma è stato talmente frenetico e mal spiegato che l’ho compreso solo successivamente e per intuizione, ma ciò che è stato sbagliato è la narrazione. a mio parere hanno voluto giocare su troppe tematiche: hanno inserito la storia malavitosa di due gemelli che hanno regnato su Londra, il rapporto conflittuale e psicologico tra Reginald e Ronald, la storia d’amore…

Il problema che pesa maggiormente sulla narrazione è proprio questo: Hengeland ha voluto darci troppe informazioni ed ha voluto raccontare troppe storie che hanno confuso e annoiato lo spettatore. La prima metà del film è scivolata: sono state spiegate attentamente tutte le dinamiche, tutte le relazioni e sono stati introdotti dei buoni pilastri, ma a quel punto avrebbe dovuto scegliere cosa perfezionare e perseguire quella sola strada. Tutte le informazioni che ci vengono date a partire dalla seconda metà del film, tutta la carne che è stata messa sul fuoco è stata fatta bruciare perché ce ne era troppa. Nella seconda metà del film i Kray stringono un patto con la mafia italo americana per accordi che riguardavano i casinò, verso l’ultima metà viene detto a Reginald di liberarsi del fratello, ma non c’è stata nessuna conseguenza a riguardo, nessun approfondimento. Non mi è piaciuto come Reginald, il quale controllava i suoi stinti violenti, all’improvviso ha picchiato e stuprato la moglie, non mi è piaciuto come per un litigio, per quanto grave, abbia portato la stessa al suicidio. Non mi è piaciuto tutto questo per la mancanza di sviluppi relazionali, la mancanza di crescite psicologiche: tutto questo avviene quasi dal giorno alla mattina. Si parte da un punto iniziale in cui Reginald si innamora di Frances e si arriva al punto finale in cui quest’ultima si suicida, reggendo un solo ponte di false promesse buttate qua e là per tentare di fornire scarne spiegazioni. Un altro problema è il ritmo lento, che nella prima parte serve a far comprendere i personaggi ed è giustificabile; nella seconda parte del film, in vista di tutta quella carne sul fuoco, lo spettatore comincia ad annoiarsi. Sono stato molto insofferente nei minuti finali, rendendomi conto che quel film mancava di una solida base, mancava di una trama. Questa è la verità: questo film è privo di trama. Ha delle situazioni che si relazionano tra di loro, ma nulla di più perché non si può dire sia un film puramente gangster, non si può dire sia una storia d’amore, non si può dire sia un film orientato unicamente sul rapporto psicologico dei protagonisti. È tutto e come tale risulta essere nulla.

Il rapporto psicologico tra i due fratelli è il male minore e si riesce a dare qualche spiegazione in più sul rapporto tra Reggie e Ronald. Sorvolando sulla interpretazione perfetta di Hardy, voglio soffermarmi sulla scrittura del personaggio di Ronald, a mio parere scritturato meglio. Mi è piaciuto come è stato introdotto, mi sono piaciute le frasi che nel pieno della sua follia dice: frasi spontanee, innocenti per alcuni tratti, private di ogni filtro e che solo un bambino o un pazzo potrebbero pronunciare. Questo punto è stato centrato alla perfezione, facendo comprendere quanto in realtà fosse fragile il rapporto tra lui e il fratello. Mi è piaciuto come è stato scritto, mi è piaciuto quella brutalità spietata e assassina che, al contrario del fratello, non riesce a contenere a causa della sua malattia. Mi è piaciuta anche la sua crescita psicologica: inizialmente appariva impacciato, quasi sembrava di trovarlo in una organizzazione criminale solo per volere del fratello, ma nel corso della storia vedremo invece un uomo che tutti temono, che tutti evitano, proprio perché impossibile da controllare e, a conti fatti, neppure il fratello ci riesce.

È notevole il montaggio, ma dal punto di vista tecnico si può dire poco data la sua perfetta costruzione. Non si può dire ci sia una morale e nel caso ci fosse è unicamente personale, dato che a conti fatti non trasmette alcuna reale sensazione. Questo film è semplicemente Hardy, ed è una limitazione perché questa pellicola aveva lo scopo di narrare una storia vera, che fosse o meno un adattamento. Non è riuscito nel suo intento, non è riuscito a parlarmi di una storia gangster, non è riuscito a parlarmi di una storia d’amore, non è riuscito a parlarmi della grandezza dei Kray, anzi, non ho mai realmente visto questo totale dominio sul territorio, non è riuscito a raccontarmi una storia psicologica, non è riuscito a raccontarmi neppure una morale e a partire dalla seconda parte è caduto in un baratro noioso e ripetitivo. Peccato!

Voto del film: 6

Tony K.L. Foster

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Recensione Film #2: Deadpool

Parte No Spoiler

Ok, da quando sono uscito da quella sala di una cosa ero totalmente sicuro: Deadpool non è un eroe. Per niente. Anzi è il protagonista più sacrilego, più irriverente, più volgare e tanti pessimi aggettivi che possono semplificare Deadpool semplicemente in: IL MIGLIOR PERSONAGGIO MARVEL ESISTENTE. E, diamine, non ho mai mangiato chimichanga, ma uscito dalla sala ne avevo una dannata voglia! Partiamo col dire che il film non è un capolavoro e se lo è, sicuramente lo è a tratti. Perché ritengo che questo film un capolavoro solo parziale lo spiegherò dopo, andiamo per ordine.
Deadpool è interpretato da un grande Ryan Reynolds che finalmente riesce a riscattarsi dalle sue precedenti esibizioni in “calzamaglia”. Nonostante i pessimi personaggi impersonati in altri film la sua interpretazione è stata sempre notevole; in questo è stato capace perfino di fare autoironia e nella parte spoiler spiegherò perché. L’attore ha già interpretato questo stesso ruolo tempo fa. Il film? Lasciate che vi dia un consiglio: c’era un ”canadese dalle unghiette di adamianto”.

Wolverine: Le Origini.

Un Wade Wilson stuprato da una sceneggiatura che ha totalmente snaturato il personaggio di Deadpool. Allora Reynolds era giovane e già poco innocente. L’innocenza l’ha persa definitivamente quando gli hanno dato in mano il copione per questo film e precisiamo che Reynolds, da fan, ha cercato in tutti i modi di ottenerlo; non credo dunque si rammarichi dell’innocenza defunta. Nonostante le premesse ho sperato da quando fu annunciato ufficialmente il progetto che ad interpretare questo reboot fosse lui. Nel mio piccolo ho sempre ritenuto Reynolds il vero Deadpool, anche dopo aver visto il primo “Wade Wilson” e ancor più dopo aver visto Lanterna Verde. Personaggi scritti malissimo, di cui lui ha salvato il salvabile. A differenza delle precedenti interpretazioni, questa volta la calzamaglia è accompagnata da una notevole sceneggiatura. A tratti mi è mancato il fiato per le risate, questo significa che gli sceneggiatori hanno scritto un personaggio come si deve, una storia come si deve. D’altronde la 20 Century Fox dichiarò da subito di voler portare un Deadpool molto vicino ai fumetti e devo dirvi senza remore che ci è riuscita su tutti i fronti; ciò che vedrete è la trasposizione cinematografica perfetta di Deadpool. Se Deadpool fosse il personaggio di un film, sarebbe il personaggio di questo preciso film, perché la sceneggiatura calza al pennello su questo mercenario. Il personaggio è molto controverso, riesce a rompere la quarta parete e relazionarsi col lettore e con lo spettatore. Unisce ciò ad una schizofrenia che prevede più personalità e ad un’ironia così sfacciata da riuscire ad ingraziarsi ogni volta gli spettatori. Non è un personaggio facile da scrivere, affatto, e ne abbiamo avuto dimostrazione proprio con la prima – disastrosa – versione di Deadpool. Qui invece abbiamo un eroe, più precisamente un antieroe, che riesce a relazionarsi col pubblico in maniera intelligente. La quarta parete viene rotta con dinamiche scelte attentamente, ben presenti ma senza eccedere. Il personaggio riesce ad avere quell’ironia così specifica e così selettiva da non risultare mai abusata. La volgarità (che è parte integrante di Deadpool) è sicuramente eccessiva, ma riesce ad adattarsi al contesto in modo così agevole da non risultare disturbante; anzi, riesce a far ridere ogni volta.

Numerosissime le citazioni fatte, anche perché potendo infrangere quella dimensione narrativa vincolata a quella precisa trama, si sono sbizzarriti in modi a dir poco sacrileghi. Le canzonature agli X-Men sono innumerevoli, le irrisioni agli attori che li interpretano? Anche! Questa è la bellezza di Deadpool e non è una bellezza facile da riportare sul grande schermo senza infastidire lo spettatore… o peggio, irritarlo. Rhett Reese e Paul Wermick hanno scritto una bellissima opera. Come d’altronde lo hanno fatto con Zombieland, piccole precise situazioni che poste in quel modo assurdo ti fanno sbellicare. Con Zombieland c’erano riusciti, con Deadpool si sono superati. Il budget è stato di circa 60 milioni di dollari, sembra tanto ma non è così. Lo stesso Deadpool all’interno del film ironizza su questo problema. L’intera sala non smetteva di ridere, io stesso non riuscivo a smettere durante queste scene. Nonostante i 60 milioni di dollari spesi, un budget relativamente ridotto per un film del genere, al botteghino ne ha incassati in tutto il mondo oltre 400 nella prima settimana e non sembra intenzionato a fermarsi. Ha puntato su un Marketing pubblicitario davvero davvero davvero efficace ed accattivante per far conoscere il personaggio, come ad esempio la trovata di far passare il film per un classico film d’amore da guardare con la propria amata il giorno di San Valentino. Queste sono trovate pubblicitarie interessanti, chi capisce che è ironia si informa sul personaggio e lo va a vedere, chi non conosce Deadpool e ci casca a San Valentino è andato a vedere il film, almeno in America. Il film, comunque narra di un eroe (anzi, eroe lui non è) che riesce a far ridere tanto, nonostante alcuni problemi di ritmo…

(Parte Spoiler)

Si, perché il problema di ritmo è un piccolo grande problema. Premesso che il film parte lanciato con una storia già avviata, ripercorrendo con dei flashback i due anni precedenti. La scelta è intelligente perché Wade Wilson è un vero bad boy che si ammala di cancro terminale; non è chiaro se nel film sia un mercenario, ma svolge sicuramente su pagamento qualcosa di poco lecito. Qualche alterazione nella trasposizione è stata subita, piccoli dettagli tali da rendere la pellicola più coerente e adattabile. Il film inizia veloce: il protagonista già indossa il suo costume e con qualche flashback nella prima parte della trama è spiegato cosa sia successo a Wade Wilson due anni prima, come ha conosciuto la sua amata, come si sia ammalato, come sia diventato Deadpool. Questi flashback portano un notevole cambio di ritmo ed alcuni sono molto angoscianti, specie quando viene introdotta la malattia terminale. In 160 minuti, circa una cinquantina sono riservati a questi spazi. In genere io amo la costruzione lenta e progressiva in un film, la crescita psicologica del personaggio, ma probabilmente avrei preferito una crescita più veloce, dedicando più spazio a QUESTO personaggio nel suo complesso, questo folle, sadico, grandioso bastardo. Mia opinione, altri hanno apprezzato il ritmo così intervallato. Lo spezzone di film che parla della malattia, preso individualmente, è molto interessante, nel complesso permettono una intensa e giustificata crescita (e decrescita) psicologica dello stesso.

Il cattivo è un “sadico inglese”, come lo stesso Deadpool lo definisce. È interpretato da Ed Skrein, conosciuto per aver impersonato il primo Daario Naharis nella serie Il trono di spade. Svolge bene il suo ruolo, è un cattivo che deve fare il cattivo e lo fa bene, infatti riesce a farsi odiare. Non c’è uno sviluppo psicologico, ma non è neppure insipido, nel suo complesso è soddisfacente. Ho apprezzato anche le comparse di Colosso e di ”Testata Mutante Megasonica”, che fanno ben sperare a qualche reboot che riunirà e accrescerà i vari X-Men. Anche perché è poco saggio non sfruttare diritti di personaggi che, se ben scritti, possono competere con le storie della major Disney.

L’ironia è ben contestualizzata, irriverente, sfacciata, autoironica in molti casi, infatti ci sono molti riferimenti che vengono fatti dal protagonista e che sono frecciatine rivolte all’attore che lo interpreta. Magnifica!. Molte altre vengono invece rivolte agli eroi interpretati in precedenza dallo stesso Reynolds, quindi Wade Wilson/Deadpool in Wolwerine: Le Origini e Hal Jordan in Lanterna Verde. Le frecciatine a Wolverine e Hugh Jackman ce ne sono quante volete, non sono mai offensive verso l’attore e sempre piacevolmente spassose. Su questo punto il film è un piccolo capolavoro, controbilanciato da una trama che non è particolarmente solida. Voi direte: è un film su un supereroe, un film su Deadpool, che ti aspettavi? Una trama? Non è così semplice, è una critica banale dire che non dovevo aspettarmi una trama, anche perché è stato annunciato il secondo con Cable e se non c’è una trama solida il film si sgretola, specie se integri Deadpool in un gruppo.

La fotografia è senza lode e senza infamia, fatta da un mestierante qualunque; non è fastidiosa ed in un film la cui finalità principe è quella presentare il personaggio, ma soprattutto far ridere, non è necessario niente di diverso.

Il film ovviamente non ha alcuna morale, al contrario ha un’anti morale, ma è di Deadpool che parliamo. E’ giusto che sia così: chi si aspetta una morale probabilmente si aspettava davvero un film d’ammmore.

In definitiva, se dovessi consigliare questo film lo farei senza ombra di dubbio. Qualcuno si starà chiedendo: conviene andare al cinema per vedere questo film? Sì, andate perché vi divertite sicuramente. Andate perché dalla prima scena fino all’ultima riderete di gusto, anche nei vari flashback ci sono molte citazioni al mondo reale, tante battutine, tanti contesti perfettamente inseriti in dinamiche da lasciare soddisfatti uomini e donne; nonostante il film sia per un pubblico maschile a causa di tutta la volgarità presente, una ragazza si diverte in egual modo perché le battute non eccedono mai, non sono mai realmente offensive. Non è un capolavoro totale, ma per molti tratti lo è sicuramente. Se parliamo di Deadpool personaggio: 10 pieno. Il protagonista è fatto in maniera egregia. Se consideriamo Deadpool come film, trama, ritmi, personaggi, ecc., il mio voto è: 8

Detto questo, auguro un buon 8 marzo a tutti i maschietti.
Alla prossima

Tony K.L. Foster

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